
Due le figure sulla scena. Il primo Mussolini, socialista ad oltranza, l’altro è Marinettibramoso della sua vena futuristica in ascesa. E’ la Storia ad un passo dall’inizio.
Nella Grande Storia può ancora annidarsi una spigolatura particolare per dar vita ad un’opera letteraria verosimile basata su personaggi veri, su fatti reali ma su una mise en scène, una situazione non realmente accaduta?
Stefano Cerioni è stato capace di farlo. Un’opera teatrale, un atto unico. Un fazzoletto di storia, un momento - memento che precede la grande entrata nel teatro della memoria collettiva. In primo piano il mosaico della pluralità umane, le sue azioni, la sua psiche: un mosaico italiano di quel tempo al di là delle ideologie, “un finale di partita” tra coscienze umane. Non un teatro civile. Creativo ma ricco di preziosismi storici minori,meno noti, ma non banali.Benito Mussolini è stato scacciato dalla direzione de L’Avanti per le sue posizioni interventiste. Ancora fedele alla vena socialista, si muove nei ranghi della Milano interventista in cerca di alleanze e creditori per il suo nuovo giornale, Il Popolo d’Italia. La mattina dell’11 novembre ha appuntamento con Filippo Naldi, direttore conservatore del Resto Del Carlino di Bologna, il luogo è emblematico: la Milano di Piazza San Sepolcro. La profetica piazza dove nel 1919 nasceranno i Fasci.
Ad attenderlo non ci sarà Naldi, Mussolini sarà accolto da Marinetti vestito di tutto punto in divisa militare che in un “Farle, farsi…farsa” fingerà di essere un tramite per persuaderlo alla sua filosofia futurista. Tra un contraddittorio teatrale si scontra il colore futuristico ( e artisticamente parlando e nella veste profetica degli avvenimenti; ‘ - lei è… - Il futuro’) contro Mussolini che riecheggia un ésprit tardo risorgimentale e idealistico sprezzante dello spirito militaresco e incline alla rivoluzione. Spirito d’élite contro spirito per la giustizia ai deboli. Un accento forte e non scritto a quello che poi è stato il capovolgimento radicale di Mussolini durante il regime.
Situazionismo e lessico più e più volte adattato al milieu. Di fronte ad un segmento storico che si affida agli scenari di massa, L’Estate di San Martino del 14’ si concede invece inquadrature individualiste sui piccoli micro cosmi della società.
C’è Fulvio, padre preoccupato per la possibilità che suo figlio Andrea , classe 1886, venga arruolato nell’esercito. C’è Primo, che per impedire che ciò non avvenga cerca di corrompere un ispettore dell’esercito, Ersilio Redenti, falange del Re Vittorio Emanuele, il cui affronto gli costerà caro. C’è Domenica, segretaria di Marinetti, donna casa e chiesa inerme, di terracotta come una Lucia Mondella sospesa tra due fuochi sulla scena del bluff china a scrivere sulla sua Remington silenziosa del Nove. C’è un barcaiolo ubriaco, immagine picaresca. C’è Antonio Sant’Elia, futurista. C’è Strillone, il garzone dei giornali: vende L’avanti, il “giornale della pace”, un misto tra innocenza e ignoranza.
La parola d’ordine è preziosità senza mai perdere la scorrevolezza. C’è l’intento di creare una quadratura storica diversa dal senso comune, idea che affiora anche nei gangli storici citati en passant: Carlo Pisacane e Giovanni Juares, Angelica Balabanoff e Margerita Sarfatti, critica letteraria dell’Avanti che porta nel suo nome una minuscola sottotrama di storia del giornalismo nella diatriba tra Marinetti e Mussolini. Un universo tutto particolare che conquista, quasi lascia resettare la costruzione di ciò che è stato Il Novecento dopo il 1914. Una Storia che sembra avere un destino a venire differente. Un testo diapositiva, che scatta la sua immagine in un momento particolarissimo è intenso agile e dinamico che riesce a conquistare il suo spazio. Un testo agile e intenso nei botta e risposta, frasi a bruciapelo e climax alternati. Gustoso nello spirito del linguaggio del tempo, ma netto e intelligente senza orpelli estetici.
Scrittura gravosa quanto fluida, l’accavallamento dei registri linguistici, un filo drammatico sempre teso, una penna che rincorre il sapore storico, mai in resa manierista intelligentemente reso anche nei rivoli futuristici disseminati nel testo senza eccesso.
Da leggere. Un testo storico un affresco umano all’ombra della Storia.Nasce a Bologna il 12 novembre 1961. Ha conseguito la laurea al DAMS con lode. Vive e lavora a Milano.Dal 1990 al 1998 è stato autore televisivo per Mediaset e dialoghista nel mondo del doppiaggio per Studio P.V.
Stefano Cerioni mette a disposizione anche copie autografate direttamente richiedibili al prezzo scontato di 10 euro (spese di spedizione incluse ) pagabili via paypal all’indirizzo di posta elettronica stefano.ce.961@virgilio.it
In alternativa, il libro è disponibile sui siti della grande distribuzione come Ibs, Gorilla.it, Libreria Universitaria, Webster, Unilibro e sul sito della casa editrice Uni Service (www.uni-service.it) al prezzo di 11 euro + spese.
Stefano Cerioni, il nome dice nulla? Per gli amanti del doppiaggio milanese degli anime, vi segnalo che portano la sua firma i dialoghi della Serie Classica e degli OAV dei Cavalieri Dello Zodiaco .
• L’idea di questo copione ti è nata dal tuo approccio diretto con gran parte del corpus originale di opere scritte o edite da Marinetti. Scrivi in prefazione che questo stato possibile grazie alla tua collaborazione presso il Centro Apice dell’Università Statale di Milano per la sistemazione della raccolta di questi testi donata dall’attore e collezionista Sergio Reggi. Come è nato il connubio e l'entusiasmo tra te e questo progetto?
Quei giorni ebbi occasione di maneggiare per la prima volta libri pubblicati nei primi anni del Novecento. Le pagine sottili, ingiallite... Carta che difficilmente resiste al tempo. E’ stato come quegli anni cercassero di dirmi qualcosa. Ricordo in particolare l’impressione che mi fece una fotografia di Filippo Tommaso Marinetti, l’allure che lo circondava. Fu una sorta di... folgorazione? Un uomo che avrebbe inventato la pubblicità, la propaganda, massivo, tambureggiante. Insistente. Somigliava così tanto a Mussolini. Voleva dirmi qualcosa. Cosa?• L'Estate di San Martino del 14' è un libro in cui solchi fortemente il territorio. I personaggi sono ben noti, la situazione scenica è un evento frutto della tua creatività. Impresa ardua trovare un limbo aleatorio ma puro in una parentesi storica così compromessa e sotto i riflettori in quel 1914 ancora tutto da scrivere. Come è nata questa scelta?
Siamo modernamente abituati a vedere nelle correnti politiche e nelle opinioni le cause della storia. Nessun tentativo storiografico, per carità. Non ne ho l’ambizione. Solo una domanda: come e perché l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale? E’ vero. Avevamo ambizioni politiche. Eravamo una nazione giovane. Desiderosa di credibilità dopo l’avventura in Libia. Battevano però due grandi cuori, nel petto italico. Allora come forse ancora oggi: uno cristiano, uno socialista. Entrambi per la pace. Come fu possibile fare di un popolo di contadini una falange di belligeranti? Quale agente storico influì? Quale felice (o infelice, dati i risultati) causa scatenante operò in Italia in quegli anni?• Il titolo - si nota nella prefazione del Prof. Marco Soresina - ha un riferimento ben radicato. Come mai lo hai scelto?
L’estate di San Martino simboleggia poco velatamente l’ultimo caldo, raggio di luce prima del lungo inverno. Quale immagine più di questa precorre una lunga notte? Non bastò un dopoguerra per cauterizzare le ferite di un popolo che si scoprì nazione. Forse in quei giorni si gettarono, senza saperlo, senza capirlo, le basi e le idee per quarant’anni di sopravvivenza. Contiamo: ’14, poi ‘15-’18, poi ’19, i sansepolcristi e da lì a un soffio il 1943. La nazione, forte e solida di fronte al nemico, comincia a indossare l’elmetto già nei primi decenni del Novecento. Basta guardare gli abbigliamenti dell’epoca. Una moda imposta... dall’alto (?)• Per quanto riguarda la Storia fattuale, quella vera, i personaggi che citi sono tutt'altro che scontati alle semplici storiografie: il socialista rivoluzionario Jean Jures,il patriota Carlo Pisacane spiriti di rivoluzione e esprit risorgimentale, ma anche il Futurista Antonio Sant'Elia e Angelica Balabanoff, la passione per l'indagine storica non ti manca, ma soprattutto la tua penna risalta i dibattiti dell'epoca a proposito del giornalismo, in particolar modo per i personaggi legati a L'Avanti, citi Margherita Sarfatti (critica letteraria) e gli intrighi verticistici tra Bacci, Mussolini e Bissolati. Ti sei dunque documentato anche su questo tipo di fonti dell'epoca?
Naturalmente volendo fare un quadro il più possibile completo dell’epoca non ho disegnato solo protagonisti. Ho scritto bilanciando con altre figure, diverse, complementari. Le descrizioni sono più dei caratteri che delle descrizioni di masse o dibattiti. In aggiunta a ciò la figura di Jean Jaures mi colpì molto... Sono convinto che colpì molto anche la febbricitante fantasia del giovane Mussolini. Un socialista pacifista demiurgo e redentore di folle ucciso da un nazionalista il giorno prima la dichiarazione di guerra. Fece molto scalpore, allora: per qualche giorno, qualche foglio di giornale, poi nulla più. I socialisti improvvisamente tacquero. Soprattutto Mussolini, dopo i commossi accenti della commemorazione. Quell’uomo francese, saggio, con la barba, fondamentale e fulcro di un’epoca, di un’ideologia... sparito. Semplicemente dimenticato. Subito.•Sulla scena del tuo copione non solo Marinetti e Mussolini ma anche altre figure, per nulla secondarie. Il Novecento è un quadro di massa, tu,invece crei particolarismi alle vicende sociali del microcosmo di ognuno...
Questo il compito dei personaggi secondari, Domenica innanzitutto poi Fulvio e Primo. Ersilio Redenti, invece, ricopre un ruolo preciso. Ha un compito chiave, far capire nascondendo e nascondendosi. Diciamo che veste panni pesanti, non suoi. Lascio al lettore e allo spettatore scoprire quali. Curioso... Un capitano dell’esercito in borghese davanti a uomini che passarono la vita in uniforme. Senza doppi sensi, solo un chiasmo tra costumi. Però.. curioso, no? Quello che rappresenta Ersilio Redenti potrebbe essere un vezzo tipico di noi italiani: vedere sempre un uomo nascosto dietro progetti grandiosi. Più che vederlo: immaginarlo.• Spesso, l'interazione dei tuoi personaggi dipinge un affresco cangiante del milieu sociale di ognuno intenso. Situazionista, borghese,popolare, ideologico, futurista. Mi riassumi come hai vissuto questa esperienza letteraria plurima?
Questo è stato un dono dei personaggi. Semplicemente scegliendoli li ho disegnati secondo un fecondo intrecciarsi di motivi letterari. Faccio teatro, vorrei fare teatro: ma come si fa, con tali personaggi, a limitarsi alla scena? La loro prorompente personalità li proietta fuori. Sono gravati di forte iconologia e retorica. Soprattutto Antonio Sant’Elia. artista di genio, socialista, futurista, caduto in guerra. Peccato una piccola parte, nella pièce: la figura si sarebbe prestata a ben altri destini. Sono sicuro che qualcun altro, un giorno, ne coglierà meglio le implicazioni artistiche e drammaturgiche. Ciò che di meglio sarebbe stato per l’Italia e il mondo se non fosse semplicemente morto al fronte.•A proposito di quest'ultimo aspetto, miri molto allo spirito ostentatamente socialista di Mussolini, il tuo punctum nella storia. e stata quest'ago primordiale, dunque, a scuotere la tua ispirazione?
Sicuramente. Fu proprio il chiedermi come poté un giovane e già celebre socialista diventare Mussolini a scuotere il nodoso albero della mia ispirazione. Nessuno degli impetuosi ideali della sua formazione costellano il Mussolini fascista. L’odio per i clero (firmò il Concordato), l’odio per i tedeschi (si alleò con Hitler), la grande amicizia per gli ebrei, (la barbarie delle leggi razziali). Quale impegno del socialista troviamo in Mussolini? La posa per le battaglie del grano, i campi solari per i ragazzini? Fu davvero un conquistatore? O piuttosto un conquistato?• In quanto a lessico, spesso la tua penna si veste dell'linguaggio d'epoca, piccole note dense. 'La fronte', invece de 'il fronte, ad esempio, vocabolo che spesso adoperi...
'La' fronte: si diceva così, non 'il' fronte: la fronte. Devo ringraziare il prof. Marco Soresina, una volta di più oltre l’estensione delle pregevolissime note di prefazione, che ha voluto confortarmi su alcune scelte. ‘Osa’, mi disse.Se il linguaggio ricalca l’epoca, la magniloquente quotidianità del beau geste, perché non lasciare alcune gemme del linguaggio di allora? Così come non era 'una' automobile, ma 'un' automobile. Sono spunti dall'italiano degli inizi del Novecento. Poche idee di lessico che -spero- impreziosiscano il testo senza appesantirlo. Sono già abbastanza vecchio. Non vorrei dimostrare novant’anni di più.• Tanto da dire sulla tua scrittura a cui lascio un velo per la curiosità del lettore, ma non posso ignorare la particolarità di certi tuoi freak futuristi ' farle farsi...farsa', ' Turàti e Tùrati', Ingegno ma anche scorrevolezza, raccontami...
Questo fa parte dei vizi di chi ama le parole prima del loro significato. Che dire? Sarebbe come chiedere a un musicista di non innamorarsi delle note. Certo, bisogna scrivere di significati, non di forme. Non è avanguardia. Né surrealismo né dadà.. Qui si cerca semplicemente e chiaramente di comunicare. Naturalmente qualche vecchio sgorbio rimane. Ma... Come negarsi a qualche sberleffo futurista quando si ha Marinetti a recitare le proprie battute?• Un particolare importante che ostenti spesso con orgoglio 'una Remington silenziosa del Nove'. Come mai?
Nacque così la propaganda. Silenziosamente. Oggi la pubblicità tappezza le città. Marinetti sarebbe felice, se vivesse nel 2000. Omaggio doveroso e simbolico alla nascita silenziosa dell’era della comunicazione.• 2009, il tuo libro è pubblicato proprio nel centenario del Futurismo, scrittura gravosa e densa. Hai impiegato 6 anni per la sua gestazione. Come hai maturato le scelte del testo nel tempo?
Descrivere la gestazione di questo lavoro richiederebbe la redazione di un altro libro. La storia di quegli anni, degli anni successivi ci scruta da mille pertugi, le sue note non sono nemmeno tutte sui libri. Le viviamo quotidianamente. Se è vero che tutti i secoli sono figli dei secoli precedenti, tranne forse per il Medioevo, noi siamo i figli del Novecento. Speriamo di aver imparato qualcosa dai nostri padri.• La Milano del tuo libro è un mondo fatto di strade, nomi di una città vista dell'interno, un cuore collettivo che non risponde al 'bell'amore' di cui parla il tuo picaresco barcaiolo - gondoliere. Sguardo d'epoca ma quanto possiede anche del tuo estro da milanese acquisito?
Devo dire che essere stranieri dà al tuo occhio una capacità in più. Cogli maggiormente le differenze, le peculiarità. Se vivi a Firenze, non ti accorgi di quanto è bella la tua città. Probabilmente se fossi stato milanese non avrei gustato con altrettanto cupidigia questo suo voler tipicamente esserci, esserci sempre, fare, capire. La caratteristica migliore di Milano. Il motivo per cui la si può amare ogni mattina senza che si rifaccia il trucco.• E in quanto a Milano, non posso non rivolgerti una piccola ma significativa domanda sulla tua esperienza televisiva come dialoghista presso lo Studio P.V, agenzia che ti ha visto protagonista nell'adattamento de I Cavalieri Dello Zodiaco. In riferimento allo spirito teatrale del tuo libro mi viene in mente uno stralcio di un'intervista ad Ivo De Palma, doppiatore di Pegasus, a cura di Roberto Branca in una monografia dedicata a questo anime in cui si cita l'attitudine della direzione del doppiaggio di Enrico Carabelli che « aveva una formazione teatrale e amava sondare ogni possibile espressione emotiva». E', credo, una lezione sul punto di vista psicologico e profondamente interpretativo dei personaggi su cui ancora oggi, in una nuova veste, hai potuto trarre una lezione oltre la tua laurea al Dams di Bologna. Giusto?
Veramente la mia sensibilità ai personaggi, alle loro psicologie, alle loro diversità deriva più dalle mie esperienze nel doppiaggio che dai miei trascorsi universitari. Senza voler toglier nulla allo studio e dando allo Studio P.V. ciò che merita... la ricerca dei tratti, la curiosità dei rapporti deriva più dall’esperienza che dall’analisi. Altrimenti i personaggi verrebbero tutti uguali, tutti costruiti secondo regole ben definite. Non credo funzioni così. I personaggi non studiano, si comportano, agiscono.• E in quanto alla tua scrittura, è il primo progetto in luce, che pubblichi in 'chiave solista', una scrittura tutta tua. Una «luna crescente» citando un tuo concetto chiave nel testo, Qual è la novità che senti in te?
Questo spererei foste voi a dirlo. Aiutatemi voi a capire se vale la pena continuare. Quando non si hanno punti di riferimento, tutto diventa più difficile. Solista quanto, poi, la scelta? C’è tanto di collettivo in un libro se viene letto.• L'estate Di San Martino Del '14 è un testo pubblicato on demand. Hai nuovi progetti letterari per il futuro e, oltre al teatro, hai mai pensato a una scrittura narrativa sotto forma di romanzo o ad un ritorno ai tuoi albori in veste poetica?
Scriverò ancora probabilmente fingendo di essere un commediografo, un drammaturgo, uno scrittore per la scena.
Un Romanzo Poetico. Una storia in prosa con la musicalità di uno scritto in versi. È’ questa l’anima de Il Bianco Rumore dei Respiri, primo romanzo di Alessandro Vettori in veste di scrittore.
Immagini simboliche, senso viscerale e arte che vive nell’arte danno vita ad una storia profonda che rasenta i canoni della ricerca della perfezione in cui tutto è un vorticoso cerchio dell’Immenso. Consapevoli del fatto che alla base c’è un’ immagine, un concept che rincorre la filosofia, la storia si muove nel carattere sopraelevato dell’arte nell’arte, senza sosta, con una buona dose di metafisica e irrealtà.
In un libro tripartito tra il punto di vista di Loren, la simmetrica prospettiva di Julia e la loro visione di insieme, nascerà un viaggio in una lettura che nella sua densa irrealtà mette in scena un duende sublime tra fisicità umana ed eterno, annegato nell’Amore e nella sensibilità in viaggio d’andata e ritorno. Candido e tagliente. Sopraffine nelle mille sfoglie della psiche umana. In più, ad arricchire l’apparato delicatissimo ed immaginifico di questo romanzo, ci sono i disegni di ‘Pittura poetica’realizzati da Alessandro Vettori insieme a Stefano Cianti.
Un libro relativamente breve ma intensissimo. Si legge quasi in un’apnea, un bianco latte intriso di musicalità. Particolare, originale per una forma di scrittura non consueta, un effetto visual fatto di parole attimo dopo attimo. Un frammento di un discorso amoroso sul mondo dell’arte e degli artisti amanti. Un flusso di coscienze ricamato e tracciato con maestria.
Da leggere almeno due volte per comprendere a pieno il senso simmetrico e lo studio sulla corrispondenza tra umori dei personaggi scavati in profondità aggrappati ad una gran bella penna letteraria.Un piccolo preambolo prima di iniziare, questa è la seconda intervista che realizzo con Alessandro sul progetto di questo romanzo. La prima nacque anni fa, quando, nel 2006 Alessandro pubblicò per la prima volta il suo manoscritto su un blog sotto forma di racconto a puntate oggi rieditato per la forma cartacea. L’intervista che realizzai all’epoca potete leggerla qui
• Partiamo dal tuo vissuto professionale: per lavoro sei a contatto con il mondo della regia e della recitazione, a contatto con battute e discorsi diretti,insomma. La stesura de Il Bianco Rumore Dei Respiri nella sua forma di romanzo poetico, quanto differente, oserei dire sperimentale è stato per te nella sua scrittura da flusso di coscienza e dosato nella surrealtà più appagante e sfumata?
Rispondo brevemente e probabilmente in maniera del tutto scontata:• Arte che si affaccia nell’arte, musica,amore, teatro. Come ti è affiorata alla mente questo contesto da narrare?
Ogni persona pian piano nella vita costruisce un suo bagaglio composto da ciò che ha vissuto, da ciò che ha studiato, dalla musica che ha ascoltato e così via. Ho messo insieme il mio vissuto ma senza raccontare nulla di autobiografico. Sono entrato nel fondo del mio corpo dove erano trattenute tutte le sensazioni più intime, ho cercato di riscriverle esattamente per com’erano. Ho avuto la fortuna di vivere sempre dentro ciò che ho amato, il cinema, la musica, il teatro, la pittura, e soprattutto la poesia: passione della quale, da ormai vent’anni, non mi separo mai.
E dalla poesia parte tutto! Lei mi ha portato ad un indagine sempre più forte nel profondo, da quando avevo tredici anni è stato un continuo scrivere, scrivere, scrivere e buttare, ed ogni foglio che buttavo cercavo di andare sempre un passo avanti o meglio, un passo in giù verso quel luogo dove si nascondono le nostre intimità. La passione che racconto tra i due personaggi non è altro che metafora della passione universale che si ha nei confronti di ogni cosa per la quale saremmo disposti a rinunciare a tutto.
Avevo bisogno comunque di raccontare una storia che non rimanesse la mia storia raccontata e assorbita, ma un romanzo dove il lettore dopo poche pagine potesse staccarsi dai fogli e scrivere un’altra storia tutta sua. Tutti avrebbero dovuto sentirsi un po’ Julia, un pò Loren.
• Julia è tua moglie, Ginevra tua figlia, quando ti intervistai anni fa dicevi che nel tuo romanzo c’è poco di autobiografico, ma i nomi sono li…un poema in prosa dove i personaggi sono veri e i fatti liberamente affidati all’ispirazione? Raccontami la coesistenza fra questi due equilibri.
Sì, i nomi sono lì ma i nomi non sono una storia. Ginevra è il nome che più adoro, lo avrei dato comunque alla bambina che si incontra nel testo perché in questo c’è il contrasto tra l’amore e la passione e soprattutto la passione: vince sull’amore.• E cosa mi dici dei punti di vista paralleli e speculari del mondo visto da Loren e di quello visto da Julia? In questo il tuo romanzo ha una simmetria particolare…
Questa scelta narrativa mi ha portato a poter analizzare due mondi differenti, a vibrare di lui, di lei, facendoli parlare in prima persona. In questo modo i dialoghi si rivolgono diretti al lettore ed i personaggi non sono raccontati ma vissuti, guardati. Un faccia a faccia dal quale non ti puoi sottrarre perché non si può non ascoltare chi ha qualcosa da dire.• Un romanzo nato da un blog, un book blog del 2006 oggi divenuto un libro in forma cartacea. Che esperienza è stata questa ‘metamorfosi’, la ripeteresti in questa stessa forma? In cosa la forma la forma cartacea ha aggiunto valore al tuo libro in fatto di revisione?
No, in questa stessa forma rispondo immediato e deciso: NO!• Nella tua esperienza di scrittura viscerale a pag 59 scrivi: ‘Ogni capitolo che getto sui fogli cerco di fare in modo che sia speciale, cerco di farlo vivere insieme a tutto il resto,ma allo stesso tempo di rendergli una vita propria che non dipenda da nessuno’. Mi commenti questa affermazione?
Come credo di aver già detto che io arrivo dalla poesia: il mio grande amore. Per me ogni frase ogni parola è fondamentale per costruire un concetto. Anche se devo descrivere qualcosa di molto statico cerco sempre un dinamismo letterario. Molti romanzi che leggo peccano proprio in questo ad un certo punto ti lasciano solo, e ti raccontano ciò che vedresti anche da te. Altre volte, per descrivere invece scene di passaggio si consumano infinite metafore per raccontare particolari del tutto ininfluenti. Io cerco di andare sempre all'essenza, se non c'è tanto da dire passo al volo e vado oltre. Nel noir che sto scrivendo ora, sto incontrando queste difficoltà, lì devi descrivere situazioni necessarie, cerco di farlo nella maniera più asciutta possibile.• Affascinante e inafferrabile, hai dato alla tua scrittura traduzioni immaginifiche. La prima è il sodalizio con Stefano Cianti all’insegna della Pittura poetica…
Sì, amo molto mettermi in gioco, posizionare la scrittura come legante universale della comunicazione artistica. Amo le sperimentazioni, l'improvvisazione. Da questo è nata la “Pittura Poetica” una nuova forma di linguaggio dove parole e pittura si fondono sulla stessa tela in contemporanea, durante una performance live. La pittura cancella le parole sino a negare il testo che si è appena composto per essere a sua volta violentata dalle lettere che diventano come tagli, ferite, graffi irrispettosi. In realtà tra me e Stefano c'è n grande rispetto artistico, non sarebbe possibile realizzare queste opere se non fosse così. Amo mettere in gioco le mie capacità d'improvvisazione delle emozioni, non mi innamoro di ciò che scrivo. La maggior parte delle frasi durante le performance non si leggeranno mai se non per l'attimo in cui vivono. Per me scrivere equivale a respirare ma ogni respiro fatto è un respiro terminato, bisogna sempre farne uno nuovo e man mano che si cresce: sempre un po' più grande.• … Lo sculture delle lettere è invece il tuo cortometraggio su questo testo. Dove è possibile trovare e come hai stringato il concept del tuo romanzo in questo corto?
In realtà il cortometraggio è praticamente introvabile, dovrebbe essere nel materiale di repertorio del Genovafilm festival e alla Scuola d'arte cinematografica di Genova.Da questo corto è nato tutto il romanzo. Avevo necessità di raccontare un forte problema di comunicazione attraverso un bambino che scolpiva con la bocca bellissime parole ma così pesanti da frantumarsi sul pavimento appena fuori dalla bocca. Poi tutto il resto non lo so perché è venuto, mi ha chiamato, ed io ho scritto.
• Il bianco. Il nero: colori che hanno simbolismo assoluto nel testo. Un piacere della tua scrittura troppo riduttivo da esplicare, ma raccontaci solo la scelta di questo titolo ‘ Il bianco rumore dei respiri’.
Beh ci sono più significati, uno si scoprirà dentro al romanzo ed è un significato fisico.• E ora che l’editoria ti ha aperto le porte, che progetti per il futuro hai? Hai nel cassetto nuove idee da stendere per un futuro romanzo?
Aperto le porte è un concetto molto grande da proporre, diciamo che mi sono aperto da me un piccolo spiraglio e che in questo cerco di soffiare dentro con tutta l'aria che ho nei polmoni. Non tanta visto tutto quello che mi fumo.
Un colpo di fulmine. Un lampo di genio su cui investire.
L’Era del Porco è stato il mio (tardo) primo approccio alla letteratura del giovane e prolisso talento letterario bolognese Gianluca Morozzi, autore del pluricitato successo del romanzo Blackout di cui tanto se n’è parlato anche in tv.
Siamo a Bologna,no, non in quella Bologna del giallo, dove, chissà perché pare che ad ogni portico ci sia un cecchino pronto a sparare e un investigatore pronto a fargli le scarpe.
Siamo in una Bologna giovanile e alternative nella sua precarietà di una vita alla giornata, un brulicare di tipi strambi e alternativi tra delirio e realtà.Lajos è il giovane protagonista. Sta scrivendo un romanzo per una piccola e sconosciuta casa editrice di provincia alla corte di Ubermescht Belasco, improbabile editore che lo spedisce su e giù per l’Italia in presentazioni letterarie. Lui è il romanziere, ma è la sua vita a sembrare un romanzo dell’assurdo. È il cantante dei Sickboys, una band da strapazzo che è tutto un programma: da Lobo, chitarrista sosia di Kurt Cobain e/o David Beckham fidanzato con la tremenda Betty, fino ai provini per i latenti bassisti che cambiano una volta al mese, una posizione bislacca in cui finirà anche Billy, il sosia di Paul McCartney che prese il suo posto sotto mentite spoglie ma ormai stanco del successo. Aggiungiamoci un po’ di pepe per le fallimentari esibizioni nei piccoli centri culturali di Bologna. Aggiungiamoci la foga calcistica rosso blu per il Bologna Calcio e ancora il sesso con una fidanzata improbabile e poco fidanzata piena di grilli per la testa tutt’altro che passionali.Nulla in confronto al mondo intero di quando arriva Elettra. Un amore vero ma impervio, lei la talentuosa chitarrista delle Lingue Veloci… in salsa Bob Dylan.
Plot brillante e da voluto riso sulla ‘sgangheratezza’ delle vicende diventa quasi una trama-non trama alle prese con l’esilarante tamburo battente di una scrittura sempre impeccabile nella fluidtà ed improbabile negli happening in successione, una penna giovane e densa, ricca di colpi di scena e di notazioni memorabili. Quasi 300 pagine che volano via in un soffio.
Grande, grande, grande! Morozzi è un vero talento. E per chi già lo conosce, questa volta si tratta di un libro che un po’ trova il suo viatico d’apertura in Despero e il rush finale su Bob Dylan fa giustizia al Morozzi musicale, lui che è anche membro degli Street Legal, tribute band del cantautore di Blowin’ in the wind.Despero (romanzo)
Luglio, agosto, settembre nero (racconti)
Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto, però le ho fatte (romanzo)
Accecati dalla luce (romanzo)
Blackout (romanzo)
L'era del porco (romanzo)
Le avventure di zio Savoldi con Paolo Alberti
L'Emilia o la dura legge della musica
Pandemonio, illustrazioni di Squaz (graphic novel)
L'abisso (romanzo)
Il vangelo del coyote, illustrazioni di Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci (graphic novel), Guanda.
FactorY - Libro primo, soggetto e illustrazioni di Michele Petrucci (maxiserie a fumetti)
Colui che gli dei vogliono distruggere (romanzo)
Suicidi falliti per motivi ridicoli con Gianmichele Lisai
Quote Rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane con Grazia Verasani (racconti)
Dylan revisited, con Marco Rossari, editore Manni (racconti).
Le radici e le ali - La storia dei Gang
Byron a pezzi, (romanzo collettivo)
Sarà stato il successo di massa della trilogia di Stieg Larsson pubblicata da Marsilio a puntare i riflettori sulla letteratura svedese, siamo ancora agli albori ma è una bella occasione parlare di Svezia oggi che festeggia la Presidenza di turno dell'Unione Europea.
Perché non approfittare di questi riflettori per scoprire più approfonditamente la letteratura non solo svedese ma del nord Europa in generale?
Come punto di inizio e isola felice in fatto di proposte, vi segnalo una casa editrice indipendente leader in questo campo, si tratta di Iperborea Editore con le s
ue pubblicazioni specializzate in letteratura classica e contemporanea del panorama di Islanda, Svezia, Norvegia,Finlandia, Estonia, Danimarca e anche Olanda, Belgio e Germania.
Che ne dite? E’ arrivato il momento di rompere il ghiaccio? Ecco la top ten dei libri più venduti, gli autori caratterizzanti divisi per nazione e il catalogo completo delle pubblicazioni.
Buona lettura
La Torino “città magica” di demoni e mondi ultraterreni, si tinge di horror - fantasy nelle pagine di Tamara Deroma che con il suo libro d’esordio I 7 Demoni Reggenti inaugura l’inizio di una sua saga letteraria sospesa tra la lotta eterna del Bene contro il Male. La protagonista è Eileen,una ragazza normale in apparenza: resa inerme da una vita mortale, in realtà appartiene al più potente clan dell’Inferno. Catapultata in questa dimensione ultraterrena,riuscirà a scappare dal potente Gujrhah e della sua potenza distruttrice scagliata contro i Sette?
E dalla magica Torino, di incantesimo in incantesimo, come ogni anno al Lingotto riapre la Fiera Internazionale del Libro.
La giovane Tamara, classe 1979, sarà ospite il 14 e 15 maggio allo Spazio Dea Store al Padiglione 2, ore 16.00 per incontrare i suoi lettori.
E come auspicio alla sua penna letteraria ecco sbucare un testimonial d’eccezione: Ivo De Palma e la sua voce che firma un book trailer per Tamara dalle sembianze cinematografiche: <<Tamara è di Torino, scrive un libro ambientato a Torino, ed è pure nata nel mio stesso giorno (ma molti anni dopo, ahimè...). Le auguro anche solo un decimo del successo di Harry Potter!! Ho realizzato quel trailer in gran segreto, per farle una sorpresa. Sapevo che ne aveva già altri due, ma senza una voce recitante. Qualche annetto d'esperienza anche come dialoghista mi ha permesso di rielaborare il riassunto ufficiale del libro, sintetizzandolo nelle poche frasi ad effetto che ho utilizzato. Per quanto riguarda le immagini, qualcosa in movimento l'ho utilizzata, ma non ho voluto esagerare, perché è fin troppo facile "rubacchiare" il lavoro degli altri... Senza alcuna pretesa di inventare chissà che, ho voluto che fosse una cosa che potevo definire "mia".La scansione in due parti, di cui la prima introduttiva (su un brano degli Evanescence, che l'autrice adora...) e la seconda più scatenata, è parte consapevole del progetto.>>
Ma ecco un tu per tu con Tamara più ravvicinato per capire il suo sguardo su I 7 Demoni Reggenti:
1. Partiamo da questa piccola sorpresa che ti sei trovata tra le mani, il trailer di Ivo De Palma che ha firmato questo book trailer per il tuo libro. Come ha fatto a fiutarti?
E’ nato tutto su Facebook. Un giorno ho scritto sulla bacheca del mio profilo che chi voleva aiutarmi con la promozione de “I 7 Demoni Reggenti” poteva spargere la voce tra i propri amici e contatti e... beh, Ivo ha fatto molto di più!
Ha creato uno splendido book-trailer che richiama in sé l’essenza stessa del mio romanzo!
D’impatto, dinamico, misterioso ed intrigante riesce ad accalappiare l’attenzione, schiavizzandola totalmente tramite il suono profondo e pieno della voce di Ivo, che noi tutti abbiamo imparato a conoscere ed amare.
Un book-trailer assolutamente cinematografico che alimenta incontrollatamente in me la voglia e il desiderio di sognare per la saga de “I 7 Demoni Reggenti”, una fortunata serie di film, magari proprio presentati al grande pubblico dalla stupenda voce di Ivo de Palma e dalla sua splendida creazione!
Tornando alla domanda iniziale, il giorno seguente al mio appello, non appena mi sono accorta del suo splendido regalo, ero talmente felice ed incredula da sentirmi la persona più fortunata al mondo!
L’ho ringraziato ed anzi, colgo l’occasione per farlo ancora; è stato davvero fantastico.
Ancor più che gentile, direi premuroso ed altruista. Qualità assolutamente dimenticate ai giorni nostri.
Ho visto e rivisto il book-trailer di Ivo tantissime volte ed ogni volta, rimango a bocca aperta. Chiunque mi conosca può tranquillamente testimoniare che è difficile sorprendermi e colpirmi a tal punto. Ivo De Palma ci è riuscito in pieno.
Ed ancora di più quando stamattina, accendendo il mio computer portatile, mi sono accorta del nuovo trailer creato sempre da Ivo per sponsorizzare la mia presenza alla Fiera Internazionale del Libro di Torino!
Sono rimasta senza parole a lungo. Ivo De Palma mi ha sorpresa due volte su due. E’ straordinario.
Davvero, complimenti!
2. Horror, fascino gotico e soprattutto letteratura fantasy. I 7 Demoni Reggenti nascono da queste atmosfere. Come è stato creare un personaggio come la protagonista Eileen sospesa in una cornice di Demoni, Purgatorio e Inferno ?
E’ stato, in una parola, istintivo.
Eileen è una ragazza forte, impulsiva; sa quello che vuole ed è disposta a tutto pur di ottenerlo. Ma è anche sognatrice, semplice, insomma, una ragazza come tante.
E proprio questo era l’obiettivo che volevo centrare.
Eileen è una come tante, una in cui ognuna di noi potrebbe riconoscersi.
E quindi naturale per una lettrice immedesimarsi in lei e vivere “in lei” le sue avventure e disavventure, soffrendo e gioendo in prima persona.
Ma i lettori maschietti non temano di non poter avere lo stesso trattamento di favore, anzi!
Se la protagonista “narrante”, infatti, è Eileen, molti sono i personaggi appartenenti alla rosa dei principali che occupano, a loro volta, il ruolo da protagonisti insieme a lei.
Sarà facile calarsi completamente nei panni dell’autoritario Rayiin, del misterioso Shell o ancora di quel furbetto di Aìnt o del diplomatico Urìel o perché no, ritrovarsi nelle vesti un po’ più affannate del maresciallo Tommaso Conti o in quelle di John Moore, fermo restando che vi sono anche altre personaggi femminili importanti a parte Eileen, come Judith e Lene, le sue migliori amiche, anche loro di fondamentale importanza nello svilupparsi della storia.
Ogni singolo personaggio si muove secondo una mentalità e personalità ben distinta, tanto che per me è stato semplicissimo sapere, nelle varie situazioni, come avrebbe agito. Molti di loro hanno ruoli attivi al 100% e le loro azioni sono di fondamentale importanza ai fini dell’intera saga.
Troverete azione, avventura, tonnellate di adrenalina, sentimento, perfino humour in un contesto letterario assolutamente semplice e diretto ad ogni tipo di lettore.
I protagonisti vivono in uno scenario gotico moderno e contemporaneo, in una realtà concreta ed a volte, del tutto irreale, in cui molti di noi vorrebbero incoscientemente essere catapultati almeno un giorno intero per provare l’ebbrezza di entrare in contatto con il fascino misterioso del Male; tutto verte su un concetto che io ho reso “la morale”, se vogliamo, dell’intera saga de “I 7 Demoni Reggenti”.
“Il Bene non è solo Bene e il Male non è solo Male”.
Una frase semplice che, però, raggiunge la coscienza sottoforma di moltissimi interrogativi che a loro volta, trascinano il lettore in un turbine di dubbi, paure ed incertezze che porteranno ad una ragionata e personale risposta alla “domanda-lancio” del primo libro, ovvero:
“Bene. Male. Sei pronto a schierarti?”
Beh, vi posso assicurare, che non sarà così semplice!!
3. 470 pagine. Per venire fuori il tuo romanzo è stato in gestazione dal 2001 al 2008, tempo per imparare a convivere. A livello mentale e creativo quale atteggiamento c'è stato nei confronti di questo libro?
Direi quasi ossessivo. Io ho amato questo libro con tutta l’anima. E solo questo mi ha permesso di non arrendermi.
Nonostante in questi anni la mia passione di scrivere fosse in gran parte soffocata da innumerevoli altri lavori in cui mi sono dovuta immergere per continuare a vivere, la voglia di andare avanti e terminare definitivamente il mio romanzo ha continuato a germogliare fino ad attecchire del tutto con l’ultima e definitiva correzione.
In realtà, avrei potuto metterci molto meno, ma ho preso e lasciato “I 7 Demoni Reggenti” tante di quelle volte, purtroppo, da dover ricominciare più volte il lavoro dall’inizio. Un lavoro lunghissimo dovuto anche al fatto che non ho mai avuto nessuna intenzione di pubblicare. Sono stati mio marito Flavio e le mie due migliori amiche, Francesca ed Eva, a convincermi a fare il grande passo!
Comunque, giuro, per i successivi libri non accadrà più! Non ho intenzione di fare passare tutti questi anni tra un volume e l’altro! E’ mia ferma intenzione dedicarmi costantemente alla scrittura, anzi per la verità il secondo capitolo, è già praticamente pronto.
Mi piacerebbe farlo uscire per l’anno nuovo... vedremo!
4. Torino, tu ci vivi e la tua storia si ricama addosso questa città. Fantasy e Torino, mi spieghi la magia di questo connubio?
Fantasy è magia e Torino è magia. Magia bianca, ma anche magia nera. Torino è vertice del triangolo di magia bianca insieme a Praga e Lione, ma anche di magia nera con Londra e San Francisco.
Una città dai mille volti. Dove tutto è il contrario di tutto. Essendo torinese ho voluto fortemente che la mia città entrasse a far parte dello scenario de “I 7 Demoni Reggenti”, anche se nel primo libro, i lettori ne intravedono soltanto qualche accenno che, però, li traghetterà dritti al secondo capitolo della saga.
C’è da dire che quasi in ogni volume seguente sarà possibile gustarsi scene “girate” nel capoluogo torinese... non posso proprio farne a meno!
Anche la città immaginaria di Eileen e delle sue amiche è per me una piccola Torino: le viuzze del centro dove lei, Judith e Lene vengono aggredite dal Demone Reggente al Peccato Capitale dell’Invidia, sono ben identificabili nelle strette vie che costeggiano via Garibaldi e l’intero centro storico, ma è chiaro e nello stesso tempo bellissimo, che ognuno possa identificare in questa realistica cittadina, un aspetto diverso dei propri luoghi.
Proprio perché è matematicamente “quasi” certo che ogni persona ami a dismisura la propria città.
Ma il legame che ho con Torino è più di questo.
E’ la città dei misteri, dei miei misteri, della mia magia, nera o bianca che sia.
Mi avvolge nel suo mantello oscuro e mi seduce e lo fa, senza farsene accorgere, con chiunque, anche per puro caso, vi transiti.
Torino è magia e la magia è Fantasy.
Ma il suo lato oscuro, quello che più mi attira, è la magia nera, e la magia nera è anche Horror ed io e il mio libro non possiamo che esserne parte, vi pare?
5. Eppure per te Torino significa anche Fiera Internazionale del Libro e il Torino Comics & Games. Da qui è partita la prima diffusione del tuo romanzo consapevole ai tuoi occhi: i primi contatti diretti con nuovi lettori, le copie da firmare. Raccontami
E’ stata una grande emozione cominciare. Il Torino Comics & Games è stato per me un valido trampolino di lancio, la prima presentazione al pubblico, a livello ufficiale, del mio libro. Un’esperienza che ripeterei anche subito!
Lo stand era magnifico, mio marito Flavio e mio cognato Gian Michele hanno fatto miracoli con l’allestimento e di questo ancora li ringrazio. E poi collaborare con Francesca, mia sorella, ma soprattutto un’illustratrice fumettista eccezionale mi ha fatta sentire ancora più a casa mia. Lo stand incantava nel suo angolo “bianco” con le sue opere, anche fatte al momento, e nell’angolo “nero” con i miei libri e i gadgets legati a “I 7 Demoni Reggenti”.
Tre giorni di fiera stancanti, ma bellissimi che mi hanno regalato tante belle soddisfazioni, prima fra tutte il contatto con i miei lettori, quelli che già mi conoscevano e avevano iniziato la lettura del libro e quelli che ho incontrato proprio allo stand e con cui continuo ad avere contatti tramite il mio sito ufficiale, il gruppo e il mio profilo su Facebook.
Abbiamo venduto tutti i libri già la domenica nella prima mattinata... è stato incredibile!
Ho reperito qualche altra copia d’eccezione, ma non sono durate che qualche altro minuto!
Un’esperienza bellissima e gratificante che ho ripetuto con la Fiera Internazionale del Libro. Un sogno che diventa realtà.
6. Torino e l'editoria Indipendente hanno costruito una buona traiettoria andando di pari passo. Da scrittrice emergente, tu avverti questa spinta privilegiata che pulsa in questa città?
Onestamente non molto. Ho dovuto farmi in ottomila pezzi per cominciare ad entrare nelle librerie “che contano”. Colloqui, presentazioni con tutti i responsabili e non, rincorse al telefono e tanta, tanta fatica, a volte, neanche meritata. Per noi scrittori emergenti è davvero dura; avere un cognome straniero aiuta moltissimo a farsi strada ed ancor più avere le giuste conoscenze con parecchi soldi da investire, ma io non ho potuto usufruire di nessuna di queste agevolazioni. Così sono scesa in campo in prima persona e mi sono buttata nello spietato marketing dell’editoria promuovendo, insieme a mio marito, il romanzo. L’ho fatto perché ci credevo e ci credo ancora oggi tantissimo.
Spero che in futuro questa situazione possa migliorare. E’ importante che le grandi case editrici e il mondo delle librerie indipendenti e non investano sugli scrittori di casa nostra, se ne vale la pena.
7. Ultima ma non ultima la tua casa editrice, Edizioni Sabinae (distribuita anche su BOL). Come è stato questo "impatto tecnico" con il mondo della "sala dei bottoni" che ha trasformato in libro il tuo manoscritto?
E’ stato un processo molto veloce. Dal momento in cui ho inviato la mia prima bozza all’editore fino alla pubblicazione de “I 7 Demoni Reggenti” non è passato molto tempo, anche se l’ansia, purtroppo, tende a trasformare i secondi in ore.
Di certo è stata un’emozione enorme quando mi è stata presentata quella che poi sarebbe diventata la copertina ufficiale del primo volume.
Lì ho cominciato a crederci sul serio, a fiutare la realtà in quel magnifico sogno apparente che mi circondava.
Lavorare con Edizioni Sabinae è stato costruttivo e professionale e non posso che ringraziare tutta la redazione al completo, in particolare il direttore editoriale, Simone Casavecchia, che ha voluto investire su di me e Nicola Fiorentino, il direttore creativo che ha creduto nel mio romanzo e che mi ha seguito pazientemente dall’inizio fino alla pubblicazione della bozza (grazie ancora Nicola!).
8. Il tuo esordio sotto tutti questi riflettori è stato sicuramente uno spirito. Sul tuo forum scrivi che I Sette Demoni Reggenti è destinato ad essere una saga. Tutto questo nuovo sprint ti fa tornare a scrivere con una ritmica e un approccio mentale diverso?
Sì, sicuramente sì. Ho un’immensa voglia di fare, perfezionare e creare da nuovo e tutto questo entusiasmo lo devo sicuramente alla prima calda accoglienza che il mio romanzo ha avuto.
“I 7 Demoni Reggenti” è una saga e come ho già accennato il secondo capitolo è praticamente già quasi pronto, ma non so dire ancora da quanti volumi sarà composta l’intera opera.
Quel che è sicuro è che voglio raccontare la storia di Eileen e degli altri protagonisti fino a quando ci sarà qualcosa da dire, fino a quando potrò sognare liberamente le loro avventure. Lo farò con un approccio mentale più aperto di prima, perché scrivere è diventato più che un hobby, è un lavoro. Quello della mia vita.
Un lavoro che intendo fare al meglio, con le mie vecchie e nuove risorse, sperando di far sognare i miei lettori, almeno quanto ho sognato io.
LINK
http://www.tamaraderoma.com/
1. Di te si sa poco o niente: chi è Mara Venuto, forse solo l’autrice di “Leggimi nei pensieri” edito da Cicorivolta edizioni? Racconta qualche cosa di te.
Il mito di Eros e Psiche rappresenta, nell’ottica dell’ispirazione, un topos come tanti altri, ma non per questo il suo uso o abuso sottende ai diritti di prelazione di altri che vi hanno scritto prima. Così come l’archetipo Amore si presta a molte interpretazioni, e ciò che rende unica questa situazione è proprio la multiformità del punto di vista: l’oggetto è lì che aspetta una luce sempre nuova e diversa che ne metta in evidenza sfumature mai percepite prima. Così anche nell’idealizzazione del bello, l’occhio sarà abituato a vedere in quell’oggetto sempre qualcosa di diverso, rendendolo eterno e imperituro.
Sta per uscire in tutte le librerie: Ragazze Lupo di Millar edito Fazi .
Scrittore di culto, scozzese, vincitore del prestigioso World Fantasy Award, adorato da Kate Moss, Jonathan Coe, Neil Gaiman, amante devoto di Buffy the Vampire Slayer (pare che abbia scritto Ragazze Lupo in preda allo sconforto per la fine della serie tv)
IMPERDIBILE
Kalix è la discendente più giovane della più antica dinastia scozzese di licantropi, i MacRinnalch. Si aggira per le strade di Londra, senza tetto e senza amici. Ha disturbi alimentari, soffre di depressione, attacchi d’ansia, è dipendente dal laudano, ascolta soltanto le Runaways, gruppo femminile degli anni settanta, ed è ricercata dai cacciatori, a cui fa gola in quanto figlia del potente Signore dei Lupi, e dalla sua stessa famiglia che l’ha condannata per aver attaccato suo padre. È bellissima, selvaggia, aggressiva e magrissima.
Kalix si imbatte per caso in due umani, Daniel e Moonglow. Nel frattempo nelle Highlands scozzesi ci sono problemi per l’elezione del nuovo Signore dei Lupi, e il clan dei MacRinnalch si prepara a una sanguinosa lotta intestina.
Castelli scozzesi. Strade buie di Londra. Un’antichissima stirpe di licantropi. Battaglie, musica, Camden, un ragazzo timido, una ragazzina gothic. Licantropi e spiriti del fuoco moderni di ogni tipo. Algide intellettuali, mondane stiliste, dissolute musiciste punk, principi amanti del travestitismo, esilaranti Regine del Fuoco fashion victim.
Mescolare e servire freddo, con un goccio di laudano e una fettina di ironia.


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"Nel paradiso terrestre,il male ha le fattezze di una lunga serpe, altrove il diavolo è un vecchio sarto che ghigna,un normale viatore che sorride. Il sorriso è una reazione incontrollata:da sempre - davvero - non c'è nulla di più naturale. I serpenti non hanno nulla. Non hanno le braccia, non hanno le unghie: il pelame, un sesso evidente. Il concetto d'infinito ostacola le umane capacità intellettive, è l'idea più semplice che ci si data di avere nella mente.Sostengo che quello dell'infinità sia il più ovvio,il più perfetto dei pensieri pensabili perché l'idea illuminata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia.Che i serpenti - a pensarci - somigliano così tanto ai lacci, alle corde.
Ché c'è una stringa a bloccare la testa di Darwin, San Murphy, Vox Dale… un laccio, che quando il tempo si ferma, cattura la mente di Taiwo e di ognuno: il più elementare dei corpi, di fronte al più scontato dei pensieri umani. Ché non è vero i serpenti fanno paura perché velenosi: fanno paura perché semplici, si muovono, scattano: al di là della scienza, non riusciamo a capire come un essere senza zampe possa spostarsi così."
( Alcìde Pierantozzi - Uno In Diviso)
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Alcide Pierantozzi è un esordiente, un nuovo talento letterario. Giovanissimo, classe 1985 e un romanzo pubblicato : Uno In Diviso (2006) . Un crocevia tra gironi danteschi, ricerca della concezione scissionistica tra bene e male, intrecci filosofici prestati da Rousseau, Moore, Aristotele, Camus, Sant'Agostino, Rilke, l'irrequietezza sessuale, la Chiesa, l'omosessualità,l'aborto,i pacs,il giornalismo di oggi tra Tsunami e Annamaria Franzoni: una planimetria impeccabile e inedita scavata nella furia di un simbolismo metaforico che alla fine chiude un cerchio immaginario, profondamente esistenziale che scopre il risvolto lirico e struggente di quello che sembrava un mondo visionario che qualcuno potrebbe paragonare alla scrittura maledetta, ma che invece scopre una lettura tra le righe candida come non mai e fertile per mille riflessioni.
Violento e cruento alla pari del migliore degli esempi di Kubrick, profondo nel suo remoto senso interiore.
In Uno In Diviso si notano in controluce i richiami contaminanti del presagismo degli ultimi film di Pier Paolo Pasolini ( a cui il libro è dedicato) sullo sfondo di quella che si può chiaramente definire una favola nera in cui tutto è il contrario di tutto come con Agotha Kristof in chiave 'Trilogia della città di K' ma che si lascia ripercorrere ma con un sapore di gran lunga incline al postmodernismo di un pensatore contemporaneo come Alcide Pierantozzi, ma che di certo non rinnega del tutto il passato.
È una lettura audace, intelligentissima, tremendamente matura nella scrittura e nei concetti, ma soprattutto è audace. Audace come la casa editrice che ospita la pubblicazione di Uno In Diviso, il secondo romanzo pubblicato con questa firma editoriale :si tratta della HACCA, il neo-progetto editoriale nato nel 2006 che diventa la costola specializzata in narrativa generata dalla Halley Editrice,il marchio editoriale da sempre specializzato in giurisprudenza e saggistica professionale
â–ºLA TRAMA
Taiwo e Kehinde sono due fratelli siamesi:il loro corpo è come una Y, due teste, due busti, un unico pene,due gambe: ossessioni, fobie, sensi lirici si alternano in cerca di riscatto meditando nell'ombra dietro il bancone di un centro segreto di incontri clandestini osé e l'ossessiva oppressione di una famiglia-spettro tra le fobie materne, l'abuso di un padre e la figura imponente di un nonno che impersona la figura agreste di un mondo chiuso tra una claustrofobia quasi dalle orme horror e poi ombre, grandi ombre di un mondo cittadino senza volto.
Sullo sfondo c'è la riflessione, un marasma neo-stevensoniano che si sfoga tra violenza estrema, quasi cannibale e poi a veli di delicato senso del Bene.
Poi all'improvviso, tra l'inferno del calderone di questa storia densa come poche arriva il paradiso, anzi, l'antipurgatorio che tutto purga in uno straordinario senso lirico di una profondità intimistica e personale in cui lo stesso Alcìde Pierantozzi si racconta tra emancipazione dalla melma della massificazione e sensibilità incontenibile e immediatezza che miscelano uno scrigno commuovente.
â–ºIN CONCLUSIONE
Uno In Diviso è un libro come pochi, raro, rarissimo, anzi, unico nel suo genere. Pugnali e carezze si alternano in un contrappasso di meditazione che si legge d'un fiato la prima volta e si lascia leggere e rileggere all'infinito.
Alcìde Pierantozzi è l'artefice di una tessitura letteraria da assaporare in profondità: eleganza stilistica, profondità nei temi e uno spirito suffuso di comunicazione che preme… per spiegarlo le parole non bastano, una sua lettura vale più di mille commenti.
â–º CHI E' ALCIDE PIERANTOZZI
Alcìde Pierantozzi è nato a San Benedetto del Tronto nel 1985. E' diplomato al liceo classico e attualmente frequenta la Facoltà di Filosofia dell'Università Cattolica di Milano.
Dall'età di 15 anni si dedica alla critica letteraria e filosofica. I suoi racconti e le sue poesie sono state pubblicate sul bimestrale di scrittura creativa Inchiostro.
- La lettura di Uno In Diviso è sconsigliata ai minori di 18 anni.
â– â– â– â– LE MIE INTERVISTE â– â– â– â–
CHIARA MARRA INTERVISTA ALCIDE PIERANTOZZI
1. Uno In Diviso è il tuo primo romanzo. Qui misceli con sapienza un linguaggio altisonante e lampi di filosofia perfettamente incastonati in un simbolismo metaforico imbevuto del mondo attuale. Un connubio tra postmodernismo e tradizione, direi. Come è nata l’idea di creare questa struttura e quanto tempo hai impiegato per ultimare il tuo romanzo?
Per scrivere “Uno in diviso” ho impiegato due settimane, poi c’è stata la fase dell’editing – una correzione molto lieve – insieme all’ottima Cristina Tizian. Il mio discorso sulla lingua, per rispondere alla tua domanda, è decisamente complesso… quindi consiglio a tutti di leggere il saggio “Sul linguaggio”, pubblicato nel sito www.orepiccole.org e precedentemente nel blog dello scrittore Sciltian Gastaldi. In breve il mio messaggio è questo: una lingua tradizionale che risponda agli attacchi di un mondo che, pur nella sua (post)modernità, rimane legato a sovrastrutture e modi di espressione desueti.
2. “I serpenti somigliano ai lacci, alle corde”, questo è uno dei leit motiv che ritorna ossessivamente in Uno in Diviso. Cosa mi dici in proposito?
Che io ho sempre avuto una paura pazzesca dei serpenti!, tutto qua… Da piccolo non riuscivo a fare la cacca perché ogni volta che mi sedevo sulla ciabatta del water paventavo che un serpentello mi mordesse il culo. :-(
3. I gemelli siamesi Taiwo e Kehinde sono i protagonisti del tuo romanzo. Stando alle fonti ufficiali, questi nomi risalgono ad una leggenda africana. Come mai hai scelto proprio questi nomi?
Sono i nomi di due gemelle femmine. Li ho scelti in relazione a una complessa metafora di origine cinese, di carattere manicheo, che le vede protagoniste di un’azione all’interno di un bus. La mia storia, infatti, inizia su un filobus…
4. Per intestare i capitoli del tuo libro, utilizzi una rilettura de i gironi dell’inferno della Divina Commedia, ma quello che più colpisce è il “contrappasso” del tuo pensiero: In Uno Diviso Taiwo e Kehinde dibattono contro la figura negativa della Chiesa, parlano di omosessualità, aborto, sesso ma allo stesso tempo tu citi fonti che si sposano perfettamente con la filosofia divina. Nelle ultime pagine del libro scrivi “ Sul mio tavolo ci sono tre libri: Alla Fine Della Notte di Cèline, I Promessi Sposi di Manzoni e Le Confessioni di Agostino”. Impossibile non notare il contrasto, mi spieghi il perché dell’unione di queste tesi così contrapposte tra loro e soprattutto qual è il tuo vero sentimento verso la religiosità?
Guarda, io non credo nel dio cristiano. Sono ateo laico agnostico. Quella è semplicemente Letteratura… Un altro mio maestro è Cèline, da qui si spiegano i diversi contrasti, e una visione agostiniana – cioè DIVISA – delle cose.
5. L’horror e la filosofia, sono questi i temi portanti di Uno in Diviso che a volte raggiunge apici violenti ma, per la verità, non gratuiti che toccano punte estreme. Mi riferisco a quando narri di Ana ed Eleonora: lo squartamento, le croci e soprattutto l’immagine cruenta di Taiwo che divora un feto. Hai osato tanto eppure il tuo linguaggio narrativo resta freddo, razionale…
Sono una persona molto razionale e tutto quello che io scrivo rientra in un progetto preciso.
6. Tracci una comunanza forte: il feto è un uomo in atto, ma nel suo piccolo lo è anche uno spermatozoo. Vero. Per te, quindi, la dignità umana nasce già con lo sperma di cui tanto parli nel tuo libro?
Certamente…
7. I tratti crudi di Uno in Diviso, finiscono poi per generare un cerchio che si chiude, e in quella chiusura tu parti di te con quel bellissimo affresco esistenziale lirico e struggente contenuto nei capitoli “Girone del tempo ritrovato” e “Antipurgatorio” che restano indelebili. Praticamente ci sono le tue confessioni lì dentro, cos’hai provato a scriverle mostrandole al mondo?
Non ho provato niente, io non sono uno di quegli scrittori che soffrono. Per me scrivere è un mestiere come un altro.
8. In qualche modo la filosofia ti ha cambiato, tu tra l’altro sei iscritto proprio alla facoltà universitaria di filosofia. Immagino che per te questa materia sia fonte di vita, come ha cambiato te stesso?
Sì, io studio filosofia alla Cattolica. La filosofia è una disciplina che ti cambia in tutto, nella scrittura, nei sentimenti, nei modi in cui guardi un film… Diciamo che se prima eri singolare, con la filosofia diventi plurale! :- )
9. A proposito di filosofia, tu stesso scrivi:
“Nella requie supposta riprende la bocca sulla terra
La verità
La verità
Dall’alto filma la cattedra di una pretesa illogica”
Com’è nato questo tuo "aforisma filosofico" e cosa rappresenta per te?
Non è un aforisma, è l’estratto di una poesia pubblicata su Inchiostro. È il mio personale manifesto di agnosticismo che ho fatto a 18 anni!
10. Ritorniamo a Uno In Diviso, ad un certo punto scrivi: “Racconto ai due gemelli del mio bisogno di scrivere un libro, in fretta, prima di morire”. Hai paura della morte?
Sì, perché ho paura di non ritrovare la persona che amo.
11. Dedichi il tuo primo romanzo alla memoria di Pier Paolo Pasolini, una personalità di cui anche la tua scrittura risente della sua presenza. Cos’è che tanto ti ha fatto legare alla sua visione del mondo?
Pasolini è il mio maestro, per rispondere alla tua precedente domanda sul linguaggio dovresti recuperare il suo discorso sulla rosada,anche. Ma pure qui non riesco a esaurire l’argomento in poche righe. Ti confido una cosa: io odio le interviste! Te la rilascio solo perché mi stai simpatica… :-)
12. A proposito di influenze, la scrittrice noir Alda Teodorani ha rappresentato per la stesura del tuo libro un grande sostegno. Com’è nata questa vostra amicizia?
Alda fa parte della mia vita, è un’amica importante.
13. Per concludere, una domanda forse banale, che ti avranno chiesto mille volte. Ora hai 21 anni e il tuo modo di fare letteratura spicca certamente per un ritratto al di sopra della media di quello che abitualmente la società attribuisce alle giovani generazioni: certo, per te è stato un percorso rettilineo che si è sviluppato man mano tra i racconti, le poesie e le recensioni che scrivi da quando avevi 15 anni. Ma che significa per te essere costretto a vivere a contatto di questo impasto melmoso e massificato di ciò che comunemente i tuoi coetanei si nutrono?
Non lo so, mi fanno spesso questa domanda ma non so proprio cosa rispondere, perché ognuno scrive e legge quello che esso stesso è in prima persona, credo. E poi credo che questa ultimissima generazione sia davvero forte, e ti faccio tre cognomi di esordienti da tenere d’occhio: Dadati, Pastorino, Bomoll. Il fatto è questo, siamo giovani. Giovani per davvero! Giovani fuori il che vuol dire VERAMENTE giovani.
Nasce Scrittomisto: la collana editoriale che raccoglie alcune delle migliori prove d'autore degli internauti della blogosfera. Di certo non si tratta della prima alleanza tra editoria e blogger ma questa volta il progetto Scrittomisto propone di allargare gli orizzonti.La collana è pensata per far conoscere le prove letterarie dei blogger ai lettori che non usufruiscono della nuova letteratura in rete . Scrittomisto esordisce in questi giorni con sei libri a prezzi supereconomici: solo 4,90 euro per cento pagine. Altre uscite sono previste a luglio e quindi in autunno.
E tra i primi blogger arruolati della collana Scrittomisto non poteva mancare una folta pattuglia di Splinderiani:
Herzog , Personalitaconfusa , Spad e Zittialcinema sono in libreria già dal 19 maggio.
A luglio li seguiranno Chinaski e Viss , e poi Falsoidillio , Heidi666 e tanti altri ancora.
Sconvolgente rivelazione nel mondo dell'editoria non solo americana ma mondiale: il giovane scrittore J.T. Leroy, autore di libri di successo come 'Sarah' e 'Ingannevole è il cuore più di ogni cosa', in realtà, secondo il New York Times e altre voci autorevoli, non esiste e non è mai esistito. Il nome di Leroy, in pratica, sarebbe solo uno pseudonimo dietro a cui si nasconde la quarantenne Laura Albert...
L'articolo, pubblicato ieri mattina dal New York Times e firmato dal giornalista Warren St. John (la versione online si può leggere qui), fa seguito ad un'altra inchiesta uscita nello scorso ottobre sul magazine 'New York', che però sollevava solo dubbi senza dare risposte. Ora, invece, le risposte sembrano proprio esserci: St. John infatti dimostra, tramite le testimonianze degli agenti dello scrittore e del produttore di un film tratto dalle sue opere, che il J.T. Leroy che appare di tanto in tanto in pubblico non è un uomo e soprattutto non si chiama J.T. Leroy, ma è in realtà Savannah Knoop, una sorta di controfigura; la conferma arriva dal confronto di foto diverse e dalla testimonianza di chi ha lavorato con la Knoop. Ma chi è Savannah, e soprattutto cosa c'entra con Leroy? Il mistero è presto svelato: secondo quanto fino a ieri si sapeva della biografia del giovane scrittore, il ragazzo, nato nel 1980 in West Virginia, sarebbe stato raccolto e allevato ancora teenager da una coppia di musicisti, Laura Albert e Geoffrey Knoop, che l'avrebbero aiutato ad uscire dalla dipendenza dalla droga e a psicanalizzare i suoi traumi infantili. Ora si scopre, però, che quando appare in pubblico lo scrittore è interpretato appunto da Savannah Knoop, che è in realtà la sorellastra di Geoffrey Knoop, quello che sarebbe il suo patrigno. Ma le prove di St. John non finiscono qui: qualche tempo fa Leroy ha scritto un articolo proprio per il Times, o meglio per il suo supplemento sui viaggi ('T: travel'), dedicato ad EuroDisney. L'articolo non è mai stato pubblicato (proprio perché, quando sono sorti i primi dubbi sulla reale identità di Leroy, il quotidiano ha voluto delle rassicurazioni dallo scrittore che non sono però mai arrivate), ma l'accordo col Times prevedeva che il giornale pagasse a Leroy anche le spese di viaggio a Parigi: quando l'editore è andato a controllare, però, ci si è resi conto che mentre l'articolo parlava di un viaggio in 4 persone, negli alberghi della capitale e nei voli figuravano solo 3 viaggiatori. Al personale degli alberghi si sono presentati infatti una donna, il marito e il figlio piccolo (da notare che Laura Albert e il marito hanno anche un figlio naturale), e che proprio la donna si è presentata come J.T. Leroy: davanti ai dubbi degli impiegati degli alberghi, che sostenevano di avere una prenotazione effettuata a nome di un uomo, la donna ha risposto di aver recentemente cambiato sesso tramite un'operazione. Insomma, Leroy sembra non esistere proprio, anche perché sia la Albert che il marito e la di lui sorellastra si sono ripetutamente rifiutati di rispondere alle domande di St. John, dando quindi credito alle ipotesi di un falso: non tanto per lo pseudonimo in sé, quanto piuttosto per il fatto che le grandi vendite dei libri di Leroy si basano in buona parte sulla supposta veridicità delle storie che raccontano e sulla confessione dello scrittore di essere malato di Aids, confessione che ha suscitato la simpatia e l'aiuto di numerose rockstar e altrettanti scrittori e attori. Secondo l'articolo apparso a ottobre sul 'New York', Laura Albert e il marito Geoffrey Knoop sarebbero invece dei musicisti irrealizzati che avrebbero inventato il personaggio di Leroy per avere facile accesso ai circoli letterari e nei salotti artistici americani.
Morto a 35 anni in una notte di capodanno degli anni 90'. Una vita tra punk rock e liricità.
Questa è l’anima di Werner Schwab, un cult del teatro austriaco post-avanuardistico, alter ego indiscusso di Thomas Bernhard:Schwab è l'incarnazione di un modo di fare teatro rimasto nella storia dell'ultimo Novecento degli anni Novanta. Definito in apparenza blasfemo, squallido, teatrante maledetto: il suo è un viaggio attraverso la putrefazione della carne umana innalzandosi a sorpresa ad un elevato senso di spiritualità lirica che ha conquistato l'occhio della critica. Oggi è tradotto in oltre 12 lingue, è al culmine della popolarità in Austria e Olanda dove ormai è un classico acclamato ma qui in Italia è quasi uno sconosciuto, è stato tradotto solo da poco con Drammi Fecali, sua opera prima: si tratta di una raccolta di tre pièce ( Le Presidentesse, Sovrappeso, Insignificante:Informe e Sterminio).
Farà davvero gola ai lettori che amano guardare oltre le righe in una miscela esplosiva che grada dall’ironicità alla tragedia. Dal sarcasmo al macabro.
Babilonia è una piccola antologia poetica che nasce grazia all’aggregazione dei versi di 33 scrittori provenienti da Asia, Africa e America Latina. È cosa rara una raccolta del genere soprattutto se compaiono scrittori contemporanei e testi tradotti da lingue orientali ed est europee: appaiono così poesie algerine, pakistane, senegalesi, ma anche romene e slovene
Un ottimo libro, siete in buone mani: quelle di Bruno Rombi impeccabile critico e poeta che ha curato la progettazione dell’opera
“Quando muoiono le stelle
La notte stilla lacrime
Sognando ali d’argento
Quando tacciono i venti
Strillano gli uccelli
E desiderano disperatamente
Un verde paesaggio
Quando muoiono gli alberi
Periscono anche le loro ombre
E le loro tracce si bruciano
Come fuoco
Quando muore il mio cuore
Lavo le tue memorie
Con le mie lacrime”
( Baldev Mirza – India)
il concetto di Babilonia è un concetto splendido : è l’utopia di poter ospitare in un unico luogo tutte le lingue e i sapori del mondo senza dimensioni temporali, una Torre di Babele vera e propria.
Spesso, soprattutto in letteratura, diventa difficile concepire qualcosa del genere. Parlando in particolar modo di poesia, troppo spesso il richiamo dei grandi poeti, tutti occidentali e tutti quasi ormai morti, appannano l’orizzonte di due grandi realtà: quella della vera poesia contemporanea e quella del ‘poetare etnico’.
Nel luogo comune della critica contemporanea della poesia sembra perciò inesistente l’aspetto della conservazione, dello studio e della messa in luce di opere nate negli anni 90’ e nei primi anni del nuovo millennio in un panorama che si lascia sempre più influenzare dall’Oriente con una grande apertura anche verso l’Europa dell’Est.
L’orizzonte dello sguardo ad est, il vero mondo attuale: insomma, si tratta di una realtà troppo grande e troppo preziosa per non essere valorizzata.
Nasce da questi spunti il progetto del poeta e giornalista Bruno Rombi che nella sua raccolta
‘Babilonia’ (2005) racchiude una piccola antologia plurietnica firmata da 33 poeti contemporanei sparsi per il mondo tra Africa, Asia e America Latina: un viaggio particolare tra una prospettiva della scrittura fitta ma essenziale, senza complicazioni linguistiche ma con una scorrevolezza sinuosa ed elegante che potrebbe divenire un vero e proprio caso di studio nei prossimi decenni.
Con questa sua opera, Bruno Rombi cerca di aprire nuove visioni in cui sicuramente un occhio di riguardo non può che focalizzarsi maggiormente su autori del Pakistan o del Senegal a cui inoltre si aggiunge un essenziale e davvero utilissima presenza del prospetto biografie di ogni singolo autore.
Questo tipo di testi non è certamente diffuso e soprattutto è un caso raro reperire testi in italiano di questo autori come quelli contenuti in questa Babilonia soprattutto per la difficoltà della mancanza di persone in grado di tradurre lingue come l’arabo o l’indiano.
Proprio da qui parte la sfida del progetto di B.Rombi che per la traduzione dei testi si avvale anche della preziosa collaborazione di Stefan Damian dell’Università di Cluj (Romania), di Piera Bruno e Vera Lucia de Oliviero.
In questa importante antologia, emergono tante mescolanze di lingue, di cui alcune hanno visto la propria resa in lingua italiana grazie a versioni ‘intermedie’ in lingua inglese, francese e spagnola.
Il progetto di Rombi è una piccola rande scheggia di una scatola poetica davvero eccezionale, ma che merita ancora di continuare a crescere e che lo farà inevitabilmente. Questa antologia è la sorta di una profezia che precorre l’apertura inevitabile verso una visione globale della letteratura nel vero senso della parola che, con l’esigenza del mondo orientale che spinge e con l’introduzione di studi linguistici atipici dalle classiche lingue straniere.
È una realtà nascente che ormai cresce, incombe, ci travolgerà: nessun problema, è davvero roba buona e soprattutto è il recupero di lingue e linguaggi antichi e allo stesso tempo nuovi, per troppo tempo in letargo.
â–ºSONO PRESENTI IN QUESTA ANTOLOGIA:
ALGERIA: Abderrahmane Djelfaoui, Samira Negrouche.
BOLIVIA:Pedro Shimose
BRASILE: José Eduardo Degrazia, Vera Lúcia de Oliveira,
CONGO: Alain Mabanckou
CUBA: Manuel Diaz Martinez
ECUADOR: Jorge Carrera Andrade
GRECIA: Dimitris I.Karambalis, Kostas Valetas
INDIA: Baldev Mirza
MACEDONIA: Eftim Kletnikov, Ljerka Tot Naumova
MALTA: Olivier Friggieri
MAROCCO: Mohammed Bennis
MARTINICA: José La Moigne
PAKISTAN: Wazir Agha
POLONIA: Ewa Lipska, Adam Szyper,
ROMANIA: Adrian Alui Gheorghe, Liviu Ioan Stoiciu
SENEGAL: Charles Carrère, Babacar Sall
SLOVENIA: Boris A. Novak, Tomaz Salamun
SOMALIA: Abdourahman Waberi
SPAGNA: Vicent Andrés Estellés
TUNISIA : Moncef Ghachem, Amel Ben Hadj Moussa
TURCHIA: Gülten Akin, Özdemir Ince
UCRAINA: Ihor Myronovytch Kalynets
VENEZUELA: Vicente Gerbasi
â–ºPROFILO DI BRUNO ROMBI
Bruno Rombi è nato a Calasetta (Cagliari), ma vive a Genova dove svolge attività artistica di poeta, scrittore, critico letterario e pittore. Collabora con giornali e riviste, è membro di comitati scientifici, ha organizzato convegni di studio e curato opere di Angelo Barile, Salvatore Cambosu, Grazia Deledda, Edmondo De Amicis, Enrico Morovich e Carlo Pastorino.
Ha pubblicato saggi su Elio Andriuoli, Salvatore Cambosu, Grazia Deledda, Giovanni Descalzo, Giuseppe Dessì, Francesco Masala, Vittorio Messori, Eugenio Montale, Enrico Morovich, Angelo Mundula, Mario Novaro, Carlo Pastorino, Antonio Puddu, Salvatore e Sebastiano Satta, Ignazio Silone, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e sugli scrittori stranieri Petre Balevski, Oliver Friggieri e Boris Vishinski oltre che sulla Poesia maltese.
Ha inoltre pubblicato i saggi: Il Mediterraneo nella letteratura europea («Journal of Maltese Studies-University of Malta» nn. 21-22, 1991-92); Innocente nostalgia e istanze etiche nella poesia maltese (Atti del Convegno Poesia mediterranea, Torino, Delos, 1995 e ora anche in «Journal of Maltese Studies-University of Malta» nn. 25-26, 1994-95); Macedonia: cultura e civiltà di un popolo nel cuore della tragedia balcanica («Balcanica», Anno XII, nn. 3-4, 1995) ed ha curato l’antologia Poesia ligure contemporanea apparsa in Romania in edizione bilingue (Craiova, Editura Europa, 1994). Nel 1996 ha partecipato a Torino al convegno su Eugenio Montale, organizzato dal "Gruppo Delos", con una relazione su Montale ligure - Gli "Ossi", e ha curato, in collaborazione con Marc Porcu, il fascicolo speciale (n. 41) di «Les cahiers de poésies rencontres» di Lione su Eugenio Montale et la poésie ligurienne du XXème siècle.
Ha tradotto opere di poesia e saggistica dal francese, inglese, spagnolo, portoghese e rumeno. Le sue poesie, oltre che su riviste italiane, sono apparse in latino, inglese, francese, spagnolo, polacco, maltese, rumeno, macedone, e sloveno e, in volume: Dincolo de memoria (Craiova, 1991), Zemia na Timinata (Skopje, 1994), Un amour (Lione, 1994), Universul de Taina (Craiova, 1996) e L’attente du temps (Lione, 2000).
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesie: I poemi del silenzio (Bergamo, La Nuova Italia Letteraria, 1956); I poemi dell'anima (Cosenza, Pellegrini Editore, 1962); Canti per un’isola (Genova, Sarda Tellus, 1965; Introduzione di Francesco Pala); Oltre la memoria (Sarzana, SP, Carpena, 1975; Prefazione di Angelo Marchese); Forse qualcosa (Genova, Ed. Lanterna, 1980; Prefazione di Vittorio Messori); Enigmi animi (Genova, San Marco dei Giustiniani, 1980; Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti); L’attesa del tempo (Genova, Ed. Lanterna, 1983; Prefazione di Carlo Bo); Riti e miti (Pisa, Tacchi Editore, 1991; Prefazione di Francesco De Nicola); Un amore (Mondovì, CN, Boetti e C, 1992; Prefazione di Marco A. Aimo); L’arcano universo (Alghero, Nemapress Ed, 1995; Prefazione di Elio Gioanola); Otto tempi per un presagio (Udine, Campanotto, 1998; Introduzione di Franco Croce); A Costantino Nivola (Alghero, Nemapress Ed., 2001; Prefazione di Ugo Collu); Il battello fantasma (Ragusa, Libroitaliano, 2001; Prefazione di Luigi Surgich); Giocare con le parole (Udine, Campanotto, 2002; Prefazione di Pino Boero) e Vuxe de Câdesédda, (poesie in tabarchino, Recco, GE, Le Mani; Prefazione di Fiorenzo Toso, 2002).
Nel 2001 è inoltre apparso un suo saggio monografico sul poeta Italo Rossi, intitolato Poesia come luce in Italo Rossi (Recco, GE, Le Mani, 2001) ed un’antologia bilingue contenente poesie di dieci poeti contemporanei rumeni (Udine, Campanotto Editore) e 14 poeti contemporanei liguri (Piatra-Neamt, Editura Nona), di cui ha tradotto in italiano le poesie rumene, insieme a Stefan Damian.
Nasce sul web il romanzo a quattro mani GENERAZIONE 1.000 EURO: nessuna casa editrice alle spalle, nessun costo d’acquisto. Il manoscritto è scaricabile gratuitamente al sito http://www.generazione1000.com/ e mira ad un successo basato sul passaparola web.
Tutto questo è una trovata degli autori Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa.
GENERAZIONE 1.000 EURO è il primo "reality book" (89pag) che accende i riflettori su una "Meglio Gioventù" troppo spesso trascurata, banalizzata e sottovalutata: è la storia di Claudio, un ragazzo emiliano di 27 anni, laureato, che vive e lavora a Milano come junior account nel marketing di una multinazionale. Condivide un appartamento in affitto con alcuni coetanei in zona periferica; il suo impiego lo soddisfa, ma la sua posizione (in co.co.pro. a 1.028 euro netti al mese senza tredicesima) non gli concede nessun beneficio e nessuna garanzia. Non per questo, però, Claudio rinuncia a godersi il bello della vita: non considera, infatti, la sua condizione di precario come un limite, bensì come uno stimolo a reagire e a trovare ogni giorno nuove prospettive.
Ma GENERAZIONE 1.000 EURO è anche la storia di tutte le persone come Claudio, che oggi costituiscono una vera e propria generazione: quella dei "Milleuristi" (o "G1000"). Persone che, pur con 1.000 euro al mese - rimboccandosi le maniche -, continuano a sperare in un futuro migliore e meno incerto.

Dimenticate i libri normali: quelli che scorrono regolarmente dalla prima all'ultima pagina, dimenticate pure il conformismo e date così inizio alla letteratura combinatoria e ai giochi dello scrivere.
Ora prendete il mondo della 'scrittura - laboratorio' di Antonio Zoppetti e della sua gustosa sperimentazione letteraria che nasce dalla fusione di personalità come Queneau, Perec, Calvino e François Le Lionnais;mescolate a tutto questo l'impianto di una trama web: un gruppo di personaggi che si muovono dentro e fuori una blogosfera e tenete ben presente il concetto del classico collegamento ipertestuale del mondo della rete.
Tutto questo è Laura Immaginaria: un libro macchina pieno di infiniti meccanismi di narrazione che lasciano la possibilità di interagire il lettore diventando parte attiva della scrittura. È insomma, il punto medio dove s'incontra la letteratura cartacea e la narrazione sul web.
â–ºIMPARANDO A LEGGERE LAURA IMMAGINARIA: ISTRUZIONI PER L'USO
___Le Sembianze ___
Laura Immaginaria è un insiemi di 20 racconti ordinati tra loro sotto forma di una rubrica in ordine alfabetico dalla A alla V ( mancano dunque la X, la J, la Y e la Z).
___ Istruzioni Per La Lettura__
Ad ogni lettera dell'alfabeto corrisponde un nome di un personaggio di questo libro, ogni storia ha una trama a sé, ma,in qualche modo tutto è collegato.
Il gioco narrativo di quest'opera sta nel fatto che ogni nome è collegato da una freccia ipertestuale che porta ad un'altra storia parallela che pulsa e improvvisamente crea una magia di narrazione che lascia ricollegare le storie.
___ La Trama, Le Trame ___
Ma qual è la storia portante di Laura Immaginaria?
Impossibile definirla, diciamo piuttosto che è questo libro è una cassettiera di trame che si dispongono sulla scena a seconda di come il lettore gestisce la selezione degli ipertesti da collegare.
Per quanto riguarda le tematiche e gli approcci psicologici, però, si può fare quanto meno una riflessione.
Prima di tutto è da tener presente che Laura Immaginaria è il primo libro che presenta come elemento principale il mondo di internet in versione romanzo.
Scendendo più nel particolare, si tratta su un'osservazione sul mondo dei blog adolescenziale, del voyeurismo informatico e degli strani incontri che spesso si possono fare sul web.
È forse il ritratto di una pseudo analisi sociologica di un mondo nascente dei blog ( la pubblicazione del libro risale al 2003) in cui il fenomeno galoppante delle blogosfere sembra soltanto qualcosa di frivolo, trasandato, spesso degradato e traballante, ben lontano da quello che rappresentano oggi molte piattaforme di blog professionali. Comunque, non è questo l'aspetto portante da dover considerare in quest'opera di A. Zoppetti, quanto piuttosto la riflessione sulla flessibilità della scrittura mutante.
___ Le Finalità ___
Qual è dunque il fine di una scrittura mutante come questa?
Tutto nasce per creare nel lettore lo spirito e la capacità creativa nell'essere consapevole di essere in grado di creare un nuovo capitolo di questo libro ( non a caso, alcune lettere alfabetiche non sono state utilizzate) a questo proposito è stato messo in atto un vero e proprio concorso di scrittura pronto ad inserire gli esperimenti più riusciti di questa prova che verranno pubblicati nelle prossime edizioni di questo romanzo (il regolamento per il concorso è inserito all'interno del libro)
__ Qualche Spunto Per Il Concorso __
Per chi vuole cimentarsi nel concorso è bene sapere che c'è sicuramente bisogno di :
- un buon esercizio di lettura attiva, intelligente e critica
- prendete appunti, segnate gli spunti di ogni racconto lasciati in sospeso.
- cercate di seguire lo stile narrativo ( è un modo di raccontare abbastanza semplice)
- ricercate le parole chiavi e cercate di entrare nel vivo dello stile dell'autore senza però dover essere una copia conforme
- fate attenzione all'impostazione del vostro estro : esso non deve essere la continuazione di una storia già presente nel libro, ma piuttosto create una storia parallela e contemporanea (N.B non dimenticate che ogni storia deve essere collegata con almeno altri 3 personaggi)
- cercate di entrare nel vivo nella giostra del 'tramare sul web': tenete conto dei comportamenti consueti di chi naviga in Internet, soprattutto tra e-mail, chat e blog.
â–ºIN CONCLUSIONE
Non vi intimorite e soprattutto non fermatevi qui,lasciate scorrere le vostre idee, siate fluidi.
Laura Immaginaria è un esperimento vivace sicuramente da provare, basta un po' di volontà dato che il testo in sé ha una comprensione molto: non avrete bisogno di tanta fantasia ma piuttosto di un filo di logica e tutto prende forma! ( un'esperienza vivamente consigliata)
â–ºCHI E' ANTONIO ZOPPETTI:
Antonio Zoppetti nasce a Milano nel 1965, laureato in filosofia, si occupa di editoria. Dal 1992 ha curato numerose opere di divulgazione tra dizionari interattivi ad argomenti artistico - scientifici.
Nel 2000 ha creato lo spazio web www.linguaggioglobale.it, con cui ha vinto nel 2004 il premio Alberto Manzi per la comunicazione educativa.
Dal 2002 conduce un laboratorio di scrittura collettiva e giochi linguistici ( www.zop.splinder.com) da un suo progetto di scrittura 'rifacimento - contaminazione' nato dal suo blog, è stato realizzato il suo libro d'esordio Blog. Per Queneau? La Scrittura Cambia Con Internet (Luca Rossella editore, 2003) che è stato premiato anche al concorso di Scrittura Mutante 2003. Antonio Zoppetti è stato anche oggetto della tesi di laurea di Giulia Lunani laureata in Scienze della comunicazione all'Università di Perugia, il 31 marzo 2004 con la votazione di 110 e lode.
â–º LE INTERVISTE DI GROUDY.BLUE
CHIARA MARRA INTERVISTA ANTONIO ZOPPETTI
1.Il tuo progetto di scrittura nasce dallo studio di autori come il grande Raymond Queneau, Italo Calvino e François Le Lionnais. Come si sviluppa la scelta di perseguire questo percorso in maniera costante dopo una laurea in Filosofia? Tra l'altro Laura Immaginaria è un progetto letterario inusuale, la fusione del mondo della letteratura e del linguaggio ipertestuale del web, come nasce l'ideazione di un progetto del genere?
Mi occupo di scritture ipertestuali e ipermediali da quasi 15 anni. Sono stato una specie di pioniere nel mercato italiano di questo genere di esperimenti. Dopo la laurea e qualche collaborazione nel mondo dell'editoria sono stato assunto in una delle prime società ad occuparsi di "editoria elettronica" come si chiamava allora. Era il 1992 e a quel tempo si lavorava su supporti come i cd-rom e altri acronimi ormai estinti. Inizialmente mi occupavo di progettare banche dati letterarie, dizionari elettronici, enciclopedie multimediali. Mi sono reso conto presto che si trattava di una nuova modalità si scrittura, di lettura e di fruizione. Allora ero un po' preso dal mito delle nuove tecnologie e pensavo - come si sente dire spesso - che queste modalità di scrittura labirintiche, ipertestuali, modulari fossero una novità figlia della tecnologia. Col tempo ho capito che non era affatto così! Ho capito che le tecnologie costituiscono semplicemente un supporto e uno strumento che agevola e rende facile e immediato a tutti qualcosa che è intrinseco alla scrittura stessa. E mi sono accorto che la lettura non sequenziale, reticolare e aperta è qualcosa di antico che ha dei precedenti illustri anche in epoca pre-elettronica. Le teorie letterarie di autori come Roland Barthes, Derrida o Foucault per esempio, considerano la letteratura come una rete.
Quando leggiamo esistono due modi di farlo. Il primo è quello sequenziale, su cui sono costruiti la maggior parte dei romanzi. Sulla sequenzialità delle scene, come in un film, si costruisce il ritmo di un romanzo. Ma la successione delle scene è pensata da un autore, per un lettore che legge dall'inizio alla fine.
Accanto a questa lettura c'è la lettura a salti che sposta l'attenzione dalla logica dell'autore, a quella del lettore. Quando leggiamo un giornale per esempio, (che non è un'opera sequenziale) o un'enciclopedia, o un saggio (e leggiamo per sapere) seguiamo le nostre connessioni, non quelle dell'autore. Possiamo prendere un libro, aprirlo partendo dall'indice analitico, interrompere la lettura sequenziale di un passo per tuffarci in una nota a piè pagina, da lì saltare seguendo un rimando a un altro argomento... insomma i libri si possano attraversare in un modo trasversale, in un modo differente da quello sequenziale. Questo non è altro che un ipertesto. Un'enciclopedia è un ipertesto su carta. Un libro, con le sue pagine numerate, i suoi indici, apparati di note e via dicendo è una macchina, come il computer. Una macchina che prevede la rotazione dei fogli attorno a un perno centrale che permette una lettura in un certo modo. Prima del libro c'erano i papiri, per esempio, macchine diverse che si srotolavano invece che sfogliarsi. E che in un certo senso sono molto più simili alla logica delle pagine su web: rotoli che si scorrono come fossero pergamene. Il computer è una macchina che agevola queste cose, queste letture trasversali e queste connessioni del lettore (DESTINATARIO?) più che dell'autore (MITTENTE?)
Passando dall'analisi teorica alla pratica, essendomi occupato di saggistica, manualistica ed enciclopedie elettroniche per dieci anni, ed essendomi abituato a scrivere in questo modo, esaltando questo tipo di rimandi e producendo opere aperte che potessero essere attraversate così, invece che lette dall'inizio alla fine, a un certo punto ho cominciato a chiedermi: è possibile concepire strutture fatte a questo modo ma che siano NARRATIVE invece che manualistiche? E' possibile narrare in modo non sequenziale oltre che fare enciclopedie? Ha senso un romanzo interattivo? E come si può fare?
Gli esperimenti che si sono visti in passato, a questo proposito, non hanno portato a delle produzioni significative. L'esempio più classico è quello del librogame. Lo schema del videogioco è stato utilizzato per produrre narrazioni ma a mio avviso con risultati scarsissimi dal punto di vista della storia. Divertimenti molto simili ai giochi. Oppure ci sono le storie che si diramano e che si disperdono con vari finali. Ma anche questa strada non ha portato mai a nulla di significativo. E non regge al problema della dispersione e del proliferare di trame a scapito dell'unitarietà.
Tutti questi esperimenti sono nati da autori che venivano dal mondo del computer, non della letteratura. Viceversa gli "scrittori" hanno sempre ignorato, aborrito e guardato con sospetto questi tentativi.
Quello che ho fatto, in conclusione, è stato di ricercare un filone di letteratura "combinatoria" pre-elettronica che partisse invece dal libro e da autori sacri. Perché credo che la soluzione per provare a fare "narrazione ipertestuale" al computer trovi in questi esperimenti delle strade e delle indicazioni preziosissime. E sono anche convinto - e in questo credo di essere stato il primo a sostenerlo - che ci sia un'analogia fortissima tra questi esperimenti e quello che oggi possiamo fare al computer. E se questo non è ancora stato messo in luce è perché spesso "critici letterari", giornalisti e letterati ignorano la portata dei new media, non la comprendono e non la sanno utilizzare. E viceversa gli entusiasti dei new media ignorano la letteratura. Insomma i due mondi cultura e tecnologia sono ancora un po' separati, anche se si stanno finalmente incontrando.
Tra i filoni da recuperare ci sono appunto gli esperimenti dell'OULIPO e derivati (in Italia Oplepo e Teano, il movimento informatico). Anche se questi esperimenti di scrittura automatica risalgono agli anni '60, quando il calcolatore (come si chiamava allora) non era un nuovo medium come oggi, ma semplicemente uno strumento di elaborazione meccanica del testo. Questi esperimenti interessantissimi a mio avviso, hanno prodotto provocazioni ed esperimenti più che una vera e propria letteratura fruibile. Ma da questi presupposti molti narratori hanno prodotto opere più interessanti. Tra questi Queneau spicca con gli Esercizi di stile, per esempio, che risale però al 1946. Meglio ancora i "Cent milliard de poemes", del 1960, un sistema di generazione di poemi che si basa sulla combinazioni di elementi "atomici" che si ricombinano in tutti i modi dando origine a dei poemi sempre diversi e sempre sintatticamente perfetti.
Perec, alla luce del dibattito all'interno dell'OULIPO, si è spinto oltre e con un romanzo combinatorio vero e proprio: "La vita. Istruzioni per l'uso." Il salto è notevole. Al posto dell'automazione del computer è il cervello dell'autore che crea la storia seguendo una mappa di stanze che si può leggere e attraversare in modi molteplici. Calvino nella quinta lezione americana, analizzando la struttura di questo romanzo, concepisce (nel 1985) in modo lucido e consapevole una vera e propria teoria del romanzo ipertestuale che chiama IPER-ROMANZO. Anche se se si domanda come dovrebbe essere e come si possa sviluppare senza individuare soluzioni precise. I suoi tentativi del genere si ritrovano in opere come "Se una notte d'inverno un viaggiatore" oppure ne "Il castello dei destini incrociati", dove partendo dai tarocchi, invece che prevedere il futuro, Calvino crea delle storie. Anche "Rayuela" di Cortazar è fondamentale. Il libro si può leggere in due modi: seguendo la numerazione delle pagine, oppure partendo dal capitolo 73 e seguendo i "link" di rimando alla fine di ogni capitolo. La struttura è semplice e solo apparentemente ipertestuale. In realtà nel primo caso si legge il libro per intero, nel secondo caso si segue un percorso ridotto e si saltano alcune digressioni e alcune parte per così dire "inutili" o meglio non indispensabili per seguire la trama. Ci sarebbero tanti altri esempi da fare a proposito di queste cose, per esempio si potrebbe parlare di Raymond Roussel, di Borges, della Patafisica e di Jarry (in particolare "L'amore assoluto") e venendo ad autori più moderni Auster e altri.
Quello che ho cercato di fare io - ritengo - è un passo nuovo. Concepire una storia di 20 moduli che si possono leggere seguendo le connessioni del lettore più che dell'autore. E con risultati sempre differenti a seconda del percorso intrapreso. Alla fine la trama è quella per tutti. Quello che cambia sono i colpi di scena che dipendono dalla strada intrapresa dal lettore. Ogni capitolo, a seconda di quel che si sa o che non si sa, assume dei significati differenti. Perché ogni capitolo è giocato volutamente sull'ingannevolezza. Per esempio: il primo capitolo narra le vicende di una ragazzina, Aria, che tiene un diario su internet. Nel secondo si scopre che Aria non esiste e l'autrice vera è Barbara. Barbara tuttavia (cap II), non narra la propria vita, ma la vita della sua amica Chiara che non ne sa nulla. E chiara (cap III) un giorno si imbatterà in un blog che narra la sua vita, anche se non saprà mai perché. E così via il meccanismo si ripete per 20 volte. Ora è chiaro che il lettore, se comincia a leggere il capitolo di Aria, ignorerà le cose che scopre invece se parte da barbara o da Chiara, e viceversa. Con risultati sempre differenti fino a che la lettura totale dell'ultimo capitolo svelerà la trama nella sua completezza. Una trama che nasce nella testa del lettore dal confronto di tutte le vicende e le vite dei 20 personaggi narrati senza che ci sia un ordine necessariamente prestabilito. Certo può darsi che alcuni percorsi siano meno belli di altri. Può anche darsi che il libro contenga delle ingenuità... non spetta a me giudicarlo. Quello che mi pare è che sia qualcosa di nuovo, per lo meno.
2. Questo è un libro che nasce con il presupposto di essere condiviso e riscritto da chiunque voglia cimentarsi in questo esperimento. Da creatore di questa idea, come vivi la realtà di vedere questo tuo libro che cresce e si sviluppa?
Al momento non ci sono stati molti sviluppi. Non ho ricevuto molte continuazioni. Il progetto è difficile. Me ne rendo conto. Già non è facile per un libro edito da una piccola casa editrice essere visibile e letto, ancora più difficile è incontrare lettori che oltre a leggere si appassionino e si cimentino in una continuazione. Diciamo che è un esperimento di letteratura potenziale, dove quello che conta non è continuarlo realmente, ma lasciare aperta questa possibilità.
3. Laura Immaginaria è il primo libro ambientato nel mondo del web e più esattamente del mondo della blogosfera. Tra le trame spuntano soprattutto i blog adolescenziali e il fenomeno del voyeurismo. D'altronde, all'epoca della pubblicazione di Laura Immaginaria, questo nuovo orizzonte informatico era soltanto agli esordi. All'inizio,quali erano le tue riflessioni dell'osservazione di questo fenomeno di tendenza?
Non credo che sia il primo romanzo incentrato sui blog, il primo credo sia stato in Italia quello di Francesca Mazzucato, ma comunque libri (anche all'estero) che parlano di rete e di blog non sono più ormai una novità. E poi l'ambientazione nella blogosfera riguarda solo i primi personaggi, perché presto si esce dal virtuale e si entra nella realtà, con tanto di giallo su sparizione e un omicidio (o un incidente?). Caso mai è un libro sui rapporti tra internet, mondo virtuale e società di oggi, che è poi il mondo in cui opero e vivo.
E' da addetto ai lavori che mi sono avvicinato al mondo dei blog, inizialmente. Sono rimasto colpito da un fenomeno nuovo che si stava allargando ma che soprattutto, nella sua fase iniziale del 2002, in Italia, presentava caratteristiche molto diverse dalle altre community virtuali. Si trovava un legame forte con la scrittura, e un altezza di contenuti che non aveva nulla a che vedere con altri fenomeni che impazzavano sul web...
4. Il tuo blog www.zop.splinder.com, nato nel novembre 2002, è stata una delle prime realtà di blog professionali di Splinder. All'epoca scrivevi :
"...tenevo un diario da più di tre anni...
l'altro giorno mi è finito l'inchiostro della penna...
così ho deciso di fare un blog...
Un blog è immateriale. E' fatto di luce e non di carta...
dunque mi chiedevo... si può ancora dire SCRIPTA MANENT in questo nuovo millennio?
mi sa che CARTA MANET... sed LUX VOLAT!
con tutti i pro e contro del caso..."
Già allora eri molto attivo su internet con il tuo sito www.linguaggioglobale.it ma cosa ti ha spinto a creare un blog?
Questa è una delle prime riflessioni che avevo annotato nel blog appena aperto. Una fase di studio e di presa di contatto con il nuovo mezzo durata una decina di giorni, credo, prima di lanciare un progetto per coinvolgere questa comunità che avevo individuato come un popolo di lettori che si affacciavano al web in modo partecipativo. Proprio per vedere se era così ho lanciato un gioco di rifacimento degli esercizi di stile di Queneau. E avevo ragione. Ha funzionato. Me ne sono arrivati 300 in un anno. Ne è nato un libro. Ho ottenuto un riconoscimento alla fiera del libro di Torino al concorso "Scrittura mutante". Volevo tentare di sperimentare nuove forme di narrazione ipertestuale pensate per essere fruite al PC. Una cosa che tentavo da tempo ma che ha funzionato soltanto perché con i blog era nato un pubblico, interessato a leggerle e a continuarle. Prime invece facevo esperimenti che non avevano pubblico. Che rimaneva nei cassetti o tra gli addetti ai lavori senza diffusione.
5. Ora il tuo blog è uno dei più seguiti in tutta Italia e gli spazi professionali dei blog stanno crescendo. A livello sociologico cosa credi sia cambiato positivamente in questo mondo web e in quello della scrittura informatica?
Non è vero che sono uno dei blog più seguiti d'Italia. In realtà il mio è un blog molto di nicchia e anomalo. Scrivo racconti ed esperimenti narrativi che non sono per tutti. Ne sono consapevole e contento. Per fare un blog seguito basta per esempio parlare di sesso, ormai. Ma il mio obiettivo non è il pubblico, bensì la creazione di una ristretta cerchia di persone con cui lavorare a scritture collettive e sperimentazioni.
Sono stato il primo a usare il blog per fare giochi di scrittura. All'epoca ero un'anomalia della blogosfera. Poi ho fatto scuola, in un certo senso. O semplicemente ho solo anticipato qualcosa che si sarebbe diffuso e successivamente ne sono nati altri in modo indipendente. Questo non lo so. Per esempio il blog rodeo, i malthusiani... e tutta una nuova serie di bellissimi spazi dedicati a questo genere di cose. Non so se è una strada destinata a uno sviluppo o meno. La sperimentazione a volte rimane solo una sperimentazione e finisce. Altre volte genera qualcosa. Questo non si può prevedere.
6.La tua rivoluzione letteraria si propone di diventare un vero e proprio movimento letterario, cosa mi dici in proposito?
Non credo di avere rivoluzioni letterarie in tasca, quello che faccio caso mai è semplicemente narrativa. Però ho lanciato un manifesto letterario scherzoso: il DADIsmo, che fa il verso a dadaismo, futurismo e avanguardie del '900 oltre che alla combinatoria. Questa boutade è piaciuta e sta facendo decine di proseliti. A Genova, presso Inedita, ci sarà una mostra, un'incontro e una declamazione di opere dadiste da parte di una compagnia teatrale. Ma tra il serio e il faceto, il richiamo alle avanguardie è un'altra delle cose che sottolineo spesso. Sono convinto che se i futuristi avessero avuto il computer l'avrebbero usato! E invece vedo che gli scrittori affermati, continuano a ignorare il web come terreno di scrittura nuovo. Se occupano gli spazi su web non è per costruire qualcosa che ne sfrutti le potenzialità in modo nuovo, si limitano a usarlo come spazio di espressione, di dibattito, come fosse un giornale... insomma non fanno nulla di nuovo da un punto di vista della narrazione e della sperimentazione. Si limitano a scrivere esattamente come sono abituati a fare con la carta. Mi pare che non stiano riflettendo sulle potenzialità dei new media. Ma questo è una costante di tutte le avanguardie: sono momenti di rivoluzione, di rottura di paradigma. L'intellighenzia non ne capisce mai il senso. E solo il tempo può stabilire se le boutade rimangono tali o si sviluppano in qualcosa di nuovo.
7. Le tue iniziative di laboratorio di scrittura sono state segnalate a vari concorsi in cui spesso sei stato tra i favoriti, ma soprattutto Giulia Lunani ti ha inserito nella sua tesi di laurea. Certamente una bella soddisfazione. Come ti senti a diventare un vero e proprio fenomeno da imitare e studiare?
Sono stato molto contento di questo studio sulle cose che faccio. Anche se, per riallacciarmi a quanto già detto, sono studi all'interno di scienze della comunicazione. Mi chiedo quando e se si potranno fare cose analoghe anche da un punto di vista letterario. Forse quando ci saranno molti altri autori come me che magari produrranno cose ben più significative delle mie. Mi pare che stiamo vivendo qualcosa di analogo agli albori del cinematografo. All'inizio si puntava la telecamera fissa, e tanto bastava. Poi sono nati i registi e linguaggi. Sono convinto che la strada sia questa anche per i new media. Adesso siamo ancora agli albori. Ci vuole tempo perché nascano autori, da una parte, e critici dall'altra.
L'anno luce, questa l'ultima fatica di Giuseppe Genna. Un libro, psichedelico, come è nel suo stile. Ma questa volta si ha netta l'impressione che il Genna sia un po' tanto stanco, di idee soprattutto: L'anno luce delude le aspettative del lettore. In sintesi, Giuseppe Genna sa dare il meglio di sé stesso quando entra nel genere, quando scrive thriller: il suo tentativo di andare oltre il "genere" l'ha portato a consumarsi come una candela romana. Non siamo di fronte né a un romanzo dai toni omerici né a uno che si possa definire neoborghese: piuttosto siamo davanti a un tentativo (a vuoto) di evadere dal romanzo di genere, che, nel bene e nel male, ha fatto la fortuna dell'autore con titoli come "Nel nome di Ishmael", "Non toccare la pelle del drago", "Grande madre rossa".
Sembra facile ma non lo è. Avere una faccia da algerino e condurre una vita normale, in un paese nazionalista come la Francia.
È una sentenza micidiale, un distorcere una cultura come quella del Corano, un ricalco di una falsità di un luogo comune troppo volgare e offensivo.
Musulmano = Kamikaze.
Un' offesa generalizzata a tutta un'etnia, e certamente, non è una sciocchezza.
Eppure, Y.B su queste cose per quanto possibile ci scherza, tenta di tirare le somme con una comicità sarcastica efficacissima che a volte non risparmia frecciate di ogni tipo. E intanto, scava, scava… li fino al cuore del problema. Perché esiste il kamikaze? Quanto influisce la cultura di noi occidentali su questo fenomeno?
Uno scoop inaspettato scuote l'anima di tre anime instabii: la prima amante di Rodolfo Valentino è ancora viva. Senza un indizio e senza una meta, un gost writer, un cinematografo con tanto di creditori alle calcagne e una studentessa di cinema indagano sulle sue tracce, mentre sullo sfondo si svela lo stile spumeggiante e barocco di Nicola Lagioia.
Ammazzare Berlusconi per vedere che succede? Ci prova l'esperimento letterario 2005 Dopo Cristo, firmato Babette Factory composto da Christian Raimo, Francesco Pacifico, Francesco Longo e Nicola Lagioia.
Prendete un leader di un collettivo universitario neo-dadaista che tra lotte politiche e sguardi sull'attualità,uno studente che viene scaraventato in Forza Italia Giovani a causa di un' omonimia, un agente immobiliare prestato ad una strana rete di attentatori,un conduttore di successo ma i suoi programmi televisivi. Dipingete sullo sfondo un clima da mito americano e Intanto lasciate fare all vecchio Sinisgalli che trama per cambiare il destino dell'Italia: uccidere Silvio Berlusconi… un fatto di cronaca che vedrà coinvolto il caro Presidente del Consiglio, scombussolerà ancora di più gli equilibri in un mix di eventi a catena che tra le righe porta anche uno spunto di riflessione.
Dibattuto tra teologia e zoologia, il giovane Piscine Molitor Patel ( Pi per gli amici) intraprende un amore universale per le religioni: ne studia e ne ama tutte le confessioni e in tutte le sue forme, lui crede in Dio dal Cristianesimo all'Islam passando per la religione Indù.
Tra magia e senso assurdo, una metafora squisita sul viaggio dell'uomop e sulla fede senza ricadere in discorsi difficili o trovate new age.
DAVVERO DA NON PERDERE!

C'è chi la odia e chi la ama, ma anche la giovane Melissa P. è un caso letterario emergente da una piccola casa editrice (Fazi)
Le sue perversioni, i suoi giochi di sensualità la sua ricerca platonica dell'amore.
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IL MIO INCONTRO CON MELISSA P.
Dopo la poesia metropolitana di Prossima Fermata Nostalgiaplatz e Budapest Swing Lovers, Stefano Lorefice si presenta con una nuova veste: 19 racconti per svelare i pugni nello stomaco delle realtà giovanili del confine imbevute dell'atmosfera milanese.
D'altronde anche Battiato lo dice "La fantasia dei popoli non viene dalle stelle, alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla…"
Così, io mi bevo l'assenzio e scrivo
(Stefano Lorefice, Cosmo Blues Hotel)
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Il poeta del metrò dal sapore ermetico e originale di Prossima Fermata Nostalgiaplatz e Budapest Swing Lovers ora cambia rotta.
Messo da parte il senso del non luogo da osservare in soggettiva, il prossimo biglietto per un viaggio nel mondo di Stefano Lorefice è un treno diretto verso Cosmo Blues Hotel.
Nasce così l'arte dell'architettura di stanze da sfogliare fatte di personaggi e sapori nuovi imbevuti di rock, giovinezza e una scrittura dal gusto rude che non stenta a fare ironia.
Tutto questo è una scommessa con se stessi, tanti racconti creati per vestire ogni volta caratteri diversi: in superficie, tante camere di un unico cosmo che dietro e apparenze di musica, ragazzi e realtà rudi, si svela una meditazione ravvicinata sul mondo delle situazioni di confine del microcosmo milanese con la sua incomunicabilità e i suoi strani difetti.
"Milano è un enorme circo del tradimento dove tutti vanno con tutti. Un milione e passa di persone che hanno una vita e qualcosa. Una questione di matematica, non si sfugge.Tutti sono parte del meccanismo"
â–º LE STANZE DI COSMO BLUES HOTEL VISTE DA VICINO
Diciannove racconti in tutto via le luci al neon, via il jazz e i metrò delle giornate di pioggia al sapore di Nostalgiaplatz per dare spazio ad un nuovo senso di comunicazione più aperta che analizza con la lente d'ingrandimento i suoi mostri: un sapore di verosimiglianza che ai ritratti di Milano aggiunge quelli di altre mille città tra binari in sospensione di ventenni in bilico in sensi clandestini senza istruzioni per comprendere la grande macchina del tran tran della mente dei giorni ordinari.
Si cerca di scoprire l'universo complicato del decalogo femminile "Zurich post- madness Boulevard" e di " Pack post magazine" nella realtà di chi sbanda tra l'ironia e il senso amaro di "Luis hope" e di chi cerca di tirare a campare tra la vita universitaria e part-time delle righe di "Working Class Supermarket" fino ad arrivare nella scia conclusiva con il racconto 'Cosmo Blues Hotel' un soliloquio di uno Stefano Lorefice che si mette in discussione parlando di sé e del suo modo di intendere la scrittura con quel suo stile del tutto originale che si smonta e si rimonta nella sezione Self-Contered Dialogue.
â–º IN CONCLUSIONE
La mascherata ironia di Cosmo Blues Hotel si affida un tono in un certo senso di denuncia verso i perbenismi e la falsità superficiale del mondo della grande città che inghiotte tutto senza metabolizzare.
Così, appare il sesso, la droga e l'autoisolamento di chi sa di non essere perfetto e al suo stato non trova via d'uscita in un bicchieri di inconsapevolezza che si perde tra la noia e l'incapacità di agire.
Uno stile stringato ma efficace lungo quanto un' immagine: diretta ed essenziale il quanto basta per comprendere la situazione mai addolcita ma sempre ritratta nella sua angolatura più spigolosa di quel lato reale spesso selvaggio e scomodo che si lascia allo stesso tempo cogliere da un senso di fascino che cerca con la scrittura di sconfiggere la mediocrità.
â–º CHI E' STEFANO LOREFICE:
Stefano Lorefice è nato a Morbegno, in provincia di Sondrio nel 1977. ha vissuto tra Roma e Milano per i suoi studi scientifici collaborando anche per diverse riviste letterarie.
Alternando brevi parentesi di vita a Parigi, Budapest e in Andalusia. Attualmente si è stabilito in Franciaa.
Dopo l'esordio poetico di Prossima Fermata Nostalgiaplatz edito dalla Clinamen, ha pubblicato la seconda raccolta di poesie intitolata Budapest Swing Lovers e il romanzo Cosmo Blues Hotel, entrambi pubblicati da Edizioni Clandestine. Tutti i titoli sono ora disponibili in tutti i punti vendita delle Librerie Feltrinelli.
â– â– â– â– Le mie interviste â– â– â– â–
â–º CHIARA MARRA INTERVISTA STEFANO LOREFICE: A TU PER TU PER SCOPRIRE Cosmo Blues Hotel
> 1. Dopo due libri di poesia, il 'poeta del metrò' Stefano Lorefice sceglie la strada dei racconti, come mai questa scelta per il tuo Cosmo Blues Hotel?
A dire il vero ho sempre scritto anche narrativa, già nel 2003 era apparso un mio racconto in una raccolta di autori vari delle Edizioni Il Foglio; precisamente si trattava di "Rip-off Artist" che poi è il racconto di apertura di "Cosmo Blues Hotel" , anche se in versione un po' diversa.
> 2. Nella lettura,qual è la chiave importante per capire i concetti di questa svolta?
La chiave per capire "Cosmo" è innanzitutto comprendere che non si tratta di una raccolta di racconti nel senso classico del termine. C'è una stretta concatenazione fra le varie storie, che va al di là del semplice rimando, incrocio o richiamo. Durante la stesura c'era un mood che si sviluppava e rendeva continua la storia narrata nel libro, e ciò ha favorito, poi, l'incastro che si può leggere.
"Cosmo Blues Hotel" ha più livelli di lettura, non è semplicemente una raccolta di episodi a loro modo estremi.
> 3. Prima nelle tue poesie regnavano il jazz, i nomadismi metropolitani e il senso ermetico. Ora invece c'è la voglia di aprirsi maggiormente alla comunicazione, ai sapori di musica rock, ma soprattutto di sostituire l'emblema di un senso distaccato con una sottile ironia che un po' ruota intorno a qualche sfigato di turno, perché tutto questo?
Il libro ha parti ironiche e parti più tirate, ho cercato di renderlo scorrevole e veloce nelle sue aperture, sia nelle battute che nei momenti estremi, per restituire la frenesia che è alla base di molte delle storie. I personaggi sono ben identificabili in un determinato "milieu" sociale, ed alcuni di essi hanno le caratteristiche dello "sfigato", ma non tutti: alcuni sono cinici, altri semplicemente normali, altri ancora arresi. Ovviamente, trattando temi che sono sotto gli occhi di tutti (basta affacciarsi alla finestra), si ha una maggiore fruibilità di contenuti ed una immediatezza che la poesia, intesa come espressione dell'intimo, ha, ma non esprime in questo modo: la poesia dice del dentro anche se osserva il fuori (per il mio percorso creativo), la narrativa racconta in ogni caso, che stia dentro o fuori ( sempre per quelle che sono le mie scelte creative)…e quando la narrativa comincia a dire del dentro, beh, diventa prosa poetica…(per quanto mi riguarda). C'è molta musica, ma questa è una caratteristica che anche in poesia avevo sviluppato (concentrandomi sulla musicalità delle parole), in narrativa la telecamera sposta il suo occhio sulla colonna sonora delle scene riprese.
> 4. Il linguaggio rude, il sesso e i meccanismi strani dei comportamenti delle ragazze: che valore hanno in questo CBH?
Cosmo, nella maggior parte dei racconti che lo compongono, tratta di temi ben precisi, con ambientazioni altrettanto delineate, é invitabile trovarvi personaggi con dei comportamenti, delle manie espressive derivanti da quei luoghi. E' anche vero che nell'ultima parte del libro il registro varia, c'é sempre la permanenza di un certo tipo di locazione, ma la visuale, il livello espressivo viene interiorizzato, spostato sotto la superficie.
> 5. Tu hai vissuto un po' in giro per l'Europa: Parigi, Budapest… ma la città prediletta di CBH è Milano, c'è un significato particolare dietro questa scelta?
Ho vissuto parecchio a Milano, e quei personaggi continuano a vivere in quella città...chissà che fine hanno fatto...in fin dei conti una metropoli come quella lombarda é un coacervo inesauribile di realtà più o meno strutturate, e presenta una sorta di ambiente nel quale il "tutto sociale" é perfettamente possibile.
Poi, far "girare" l'incastro delle storie nei quartieri di Buda o di Pest, piuttosto che Parigi…non era una cosa che volevo: ho preferito usare queste due metropoli più come sfondo che come centro.
> 6. I racconti di CHB si prefigurano come qualcosa di creato con riferimenti a cose o persone del tutto casuali, tu come vivi la condizione di quell'indossare i panni e le esigenze sempre diversi dei tuoi personaggi?
Scrivere narrativa, soprattutto nel modo in cui é scritto Cosmo, é un po' come fare il saltimbanco, un mettere ogni volta una maschera diversa. E' stato strano, un continuo ripartire da zero, quindi è stato stimolante. Non escludo, in futuro, di riprendere i personaggi strampalati di "Cosmo Blues Hotel" e vedere un po' che combinano di nuovo.
> 7. Se volessi essere uno di loro quale saresti?
La suite finale, composta dagli ultimi quattro racconti, parla di un personaggio; non appare prima, in nessuna altra parte del libro…lì, in quelle ultime pagine, mi nasconderei.
> 8. Racconti inventati: ma l'immagine di te stesso è chiarissima in "Self-centered dialogue": un dialogo tra te e la tua anima sulla tua vita nella tua ricerca letteraria. Se dovessi scegliere preferiresti lo Stefano Lorefice poeta o quello scrittore?
Quel dialogo non ha ancora una soluzione.
> 9. a livello di maturazione, cosa è cambiato in te dai tempi del debutto con Prossima Fermata Nostalgiaplatz e oggi?
Moltissimo, c'é una differente sensibilità, c'é una maggiore consapevolezza del mio passo, ci sono ancora cose da dire, e che non sapevo di dover dire, ci sono le persone conosciute, e quelle dimenticate, ci sono i sorrisi e le inevitabili ferite del vivere...c'é la vita, quella che sta fuori dal foglio scritto, quella che é troppo per il foglio scritto, e che, paradossalmente, cerco di scrivere...
> 10. Hai nuovi progetti per i tuoi prossimi sensi creativi?
Continuo a scrivere, sia poesia che prosa, i nuovi lavori usciranno quando il tempo avrà lasciato il suo sedimento migliore.
totalmente sganciato
Mascherarsi da mendicante per trovare il senso di stabile fermezza nel continuo movimento che fa da limbo sconfinato tra la partenza e l'arrivo.
Cercare il punto massimo dell'emozione evanescente e bloccarlo in un solo istante eterno, come una polaroid in bianco e nero che cerca di bloccare la luce della cometa di un metrò che scia via veloce.
Salsa blu di neon tra nomadismi metropolitani in cerca di identità, un segno in movimento per descrivere un silenzio, un non essere, un non luogo: il tanto che occorre per ritrarre il minimalismo momentaneo di una sigaretta a metà e dell'intervallo che c'è tra un respiro e l'altro: scrivere per essere, cercare un transito d'amore fugace per convertirsi ad una miscellanea alternativa.
Il fruscio dell'immobilità in corsa di Prossima Fermata Nostalgiaplatz, è tutto questo.
Una trama poetica ed originale che cela un' identità profonda dietro ad un' apparente freddezza di un'estraniazione non luogo.
â–º L'OPERA VISTA DA VICINO
50 poesie. Uno stile ermetico, fugace ed efficace: basta una manciata di righe in versi per colpire in profondità, il tutto imbevuto in una dimensione letteraria ultramoderna: i titoli prevalentemente in inglese, l'assenza della punteggiatura, nessun iniziale maiuscola che alza lo sguardo sulle altre lettere: parole incidenti e dal volto schietto.
Tutto questo è il debutto del caso letterario targato Stefano Lorefice che nel 2002 firma il suo esordio a 25 anni.
Tutto è come un viaggio alla ricerca dell'identità: trovare un fondo soggettivo tra un mondo anonimo per dovere.
Uno strappo al grigio ,dettato da una stella al neon accompagnato da una scritta a matita veloce e clandestina aggrappata ad un muro. E lo stile è una vera lama ultrapiatta, sottile e tagliente ma profondamente robusta nella sua compattezza che non si pone frontiere e che tutto cerca di circoscrivere per salvare l'individualità di ogni millimetro di secondo con il proprio sapore.
Quella di Prossima Fermata Nostalgiaplatz è la prenotazione di un biglietto per un nomadismo intenso e senza paragoni, senza schemi conformi…. Benvenuti nel posto in cui ogni secondo ha un nome.
â–º CHI E' STEFANO LOREFICE:
Stefano Lorefice è nato a Morbegno, in provincia di Sondrio nel 1977. ha vissuto tra Roma e Milano per i suoi studi scientifici collaborando anche per diverse riviste letterarie.
Alternando brevi parentesi di vita a Parigi, Budapest e in Andalusia. Attualmente si è stabilito in Franciaa.
Dopo l'esordio poetico di Prossima Fermata Nostalgiaplatz edito dalla Clinamen, ha pubblicato la seconda raccolta di poesie intitolata Budapest Swing Lovers e il romanzo Cosmo Blues Hotel, entrambi pubblicati da Edizioni Clandestine nel 2004. Tutti i titoli sono ora disponibili in tutti i punti vendita delle Librerie Feltrinelli.
Nel 2006 pubblica L'Esperienza Della Pioggia, la sa terza raccolta di poesie inedite
VISITA IL BLOG DI STEFANO LOREFICE: www.cbh.splinder.com
Quella di Spleen Grigio Pioggia è davvero una storia particolare: un senso di filosofia oscura ritrae l'amore carnale di due donne, una prosa ferma e asciutta per un'ambientazione estrema... il tutto per svelare il legame intenso e sottinteso tra madre e figlia
'Una storia estrema (in un'atmosfera cupa, di degrado e di emarginazione, quasi un "pugno allo stomaco" per chi vive nell'indifferenza e negli agi del benessere), che si snoda lungo un discorso che procede a strappi, per frammenti'
Esordisce in questo modo il giornalista Cosimo Caputo per dare una spiegazione alla trama di Spleen Grigio Pioggia del professore liceale e scrittore Domenico Pisano.
Questo è il suo sesto libro e per come se lo descrive non manca un'ondata di polemiche e fraintendimenti.
Ma cosa c'è di tanto tumultuoso in questo romanzo? Lo stile? La narrazione dell'amore tra madre e figlia?
L'io narrante e Antonia. All'inizio sembrano due normali amiche, poi sembrano due amanti e poi ancora si scorge un atto di pedofilia tra una ventiseienne e la sua consapevole 'vittima' di otto anni.
Una continua lotta tra le parti che guerreggia per tutta la prima metà di Spleen, ma anche la pioggia, per quanto trasparente nasconde in sé qualcosa di non visibile e così si scopre che tutto è il racconto del rapporto tra una madre e sua figlia.
Due persone diverse per età ma identiche in tutto come due gocce d'acqua, gocce come quei punti decisi che si susseguono tra le righe 'il tono asciutto e la prosa volutamente cruda' - si legge nella prefazione di copertina-Io non credo sia così, è una scrittura ermetica, ma non per questo timida, da ogni frase se ne potrebbero tirare fuori mille parole. Ma ogni volta c'è quel punto, quel pallino costante che vorrebbe fermare tutto e invece
le parole si confessano e tutto si srotola pian piano.
Ogni riga è come un cucchiaino su cui si assapora di volta in volta lo stesso succo ma con un sapore sempre diverso. Non può essere una prosa cruda, non deve esserlo se dentro ci leggi frasi del tipo 'ho grattato con l'unghia un adesivo sull'apparecchio telefonico, raschiandomi la gola': non c'è una retorica sterile, c'è anzi un profondo realismo sensibile e attento a tutti i microingranaggi dell'esistenza così come lo è anche l'amore carnale di queste due donne: mamma e figlia.
Si, carnale, come diceva il mio professore di latino qualche tempo fa parlando di Paolo e Francesca ' l'amore è quello denso,carnale, di vene di sangue, se nell'amore non soffri, se lo fai per essere stupidamente felice, allora..allora non hai mai amato'
È cosi anche per Antonia e sua figlia: un amore fisico, geloso e tremendamente possessivo. In fondo questa non è follia e semplicemente il nucleo primordiale di tutto quello che significa il concetto di maternità.
Il primo contatto d'amore che può raggiungere un essere umano è quello all'interno dell'utero umano dove ogni frammento dell'embrione è attaccato ad un altro corpo, da dentro e da fuori inesorabilmente.
È una legge scientifica inevitabile,sessuale e naturale.Tutto il bisogno d'amore che ci sarà poi, è il richiamo di ciò.
È stupendo il concetto della gravidanza di una femmina in cui, due corpi dello stesso sesso si entrano dentro, senza clichè sgorgando un senso di purezza, vivere in simbiosi, carne della propria carne, intimamente simili,intimamente uguali è chiaro questo senso in quelle parole che parlano delle tre mani: due mani della figlia e una mano della madre che si appoggia sul grembo per sentire il suo cuoricino battere.
Ed è proprio quell'embrione che sta li a parlare di quella goccia che nasce,che diventa bambina, adolescente e niente può colmare un oceano grande quanto quel legame né un padre, né un fidanzato come Gianni perché per quanto ci si sforzi è magistralmente impossibile. Questo è inconsciamente un tratto vissuto da tutti,anzi da tutte.Scrivere del rapporto di una mamma e una figlia è difficile, spesso è un sentimento pieno di contraddizioni, che per quanto vissuto costantemente nessuna figlia può comprendere pienamente perché per ognuna esiste una sola madre e l'unicità non ammette paragoni sia nel bene che nel male.
Poi c'è Giuliana,la nota dolente, la nuova compagnia di Antonia,apparentemente è un'altra persona ma la verità è che lei rappresenta quella bambina che ormai è diventata grande, che ha già vent'anni, tra i rimpianti e i dolori dello scorrere della vita mentre sputa l'ennesimo filo di tabacco sulla lingua e piove. Piove. Ancora.
E mentre piove quel frammento di flash back vivente che non ha mai abbandonato quell'utero si specchia in una pozzanghera e non si riconosce, non si accorge che cresce e che cambia, non sa di chiamarsi Giuliana e si perde in quel mondo folle che la mediocrità le getta davanti tragicamente e forse tutta l'infanzia trascorsa con sua madre è stata solo una piacevole utopia persa davanti al terrorismo, il carcere, la droga e l'istituto.
Giuliana sembra un'altra persona perché in effetti quella figlia l'affetto dalla madre non l'ha mai potuto sentire.
Scrivere un libro è sempre un salto verso qualcosa di ignoto, si cerca di creare personaggi quasi del tutto estranei da quello che si è, per vedere come ci si sta a vivere in un'altra vita ma poi alla fine si finisce per
svelare cenni del proprio Io.
Come tratti autobiografici c'è quella sorta di autodifesa della figura di quel professore considerata come la voce del sapere e di quella 'claustrofobia in mezzo alla gente', della non accettazione di quella che c'è fuori….
ma queste poi sono cose personali e non sta a me giudicare Domenico Pisano, il MIO professore di latino…
â–ºDOMENICO PISANO: LA VITA
Domenico Pisano è docente di italiano e latino presso un liceo avellinese. Collabora con l'Università degli Studi di Salerno e segue le attività del Centro Di Documentazione Della Poesia Irpina.
â–ºLE OPERE
Spleen Grigio Pioggia (2001)
Il Mistero Del Cammeo Rosa (2005)
â–ºCHIARA MARRA INTERVISTA DOMENICO PISANO
1. Spleen Grigio Pioggia è un romanzo inusuale: una prosa asciutta, situazioni falsamente estreme e geometrico.
Qual è il biglietto da visita di questa scelta narrativa?
Spleen Grigio Pioggia è un libro che vuole presentare in maniera antiretorica e scarna una vicenda interiore di due donne che vivono una condizione di estrema solitudine. È un libro duro, nel senso che non concede compiacimenti stilistici né momenti sereni perché il dramma di queste due donne vuole apparire, nella sua lacerazione senza facili sentimentalismi.
La frase breve quasi singhiozzata, interrotta è secondo me, il modo più idoneo per esprimere un modo interiore femminile anch'esso spezzato, incomunicabile, frammentario.
La scrittura deve essere la " pelle del contenuto", lo deve avvolgere,proteggere,preservare. Ebbene, un racconto così ispido non poteva di certo essere manifestato attraverso una scrittura ricercata e letteraria, anzi, se ciò fosse accaduto, avrei io autore tradito i miei stessi personaggi e la loro inconscia necessità di essere. La scrittura non è mai, come la parola, una manipolazione, un abbellimento: dev'essere espressione vera, di una parola interiore; lo stesso titolo, che apparentemente può sembrare difficile nell'interpretazione, non vuole catturare il lettore ed invece esprime sia il senso di angoscia che accompagna la storia , sia la presenza fondamentale della pioggia, una parola rude, essenziale così come credo debba essere per mantenere la propria identità.
2 Il senso visivo di questo romanzo si fonde spesso con un simbolismo altamente allegorico. Essendo dalla parte di chi scrive, come fa a nascere una base così intensa su cui tessere il racconto?
Il simbolismo è molto presente soprattutto per quanto riguarda l'acqua e la pioggia. Tale scelta mi è giunta pressoché spontanea. Però penso anche che essa abbia voluto cogliere nella vicenda quella parte intima della stessa, che molto spesso, viene trascurata o legata, il simbolismo è anche un'interpretazione credo, del vivere umano nel senso che la realtà non è sempre quella che si vede con gli occhi ma esiste anche un'altra realtà che va più interpretata, che visita in Spleen lo stesso ambiente metropolitano, i disagi quotidiani, il senso di solitudine, il bisogno di un amore, lo sfruttamento femminile nel mondo del lavoro , la tossico dipendenza e il terrorismo, il liquido amniotico, insomma, i vari livelli realisti e simbolici s'intrecciano, non vivono sepolti e prendono consistenza l'uno dall'altro.
3.Spleen Grigio Pioggia è un romanzo creato nell'atmosfera di un universo al femminile, che sapore ha per uno scrittore entrare nella prospettiva di questo mondo da raccontare?
Io non so ancora perché abbia scelto donne e una storia di donne per questo lavoro. Di certo l'universo femminile è molto più problematico di quello maschile, tanto da apparire anche contorto e ambiguo, la donna è una presenza fondamentale della storia e allo stesso tempo, paradossalmente, una presenza umiliata, emarginata, sembra quasi che la donna sia stata una realtà incombente nel mondo maschile. Non è così o la vicenda tutta al femminile di Spleen vuole appunto indagare sui delicati meccanismi relazionali e psicologiche di due donne.
Fa bene Spleen che non svela né pone certezze è soltanto il tentativo rispettoso di un uomo che, attratto e sedotto dalla sensibilità tradita della donna, ha voluto cimentarsi in questa impresa ardua.
Il mondo femminile raccontato da un uomo, forse è diverso da un uomo, forse è diverso da quello raccontato dalle donne, per vari motivi comunque esso può apparire all'uomo stesso, un varco verso la consapevolezza di un universo femminile di grande dignità ed umanità. Le stesse condizioni estreme di Spleen Grigio Pioggia (solitudine, angoscia, tossico dipendenza, omosessualità, sfruttamento) sono state volute proprio per evidenziare nel loro estremismo la condizione delle donne. Da ciò il simbolismo di una donna sola e nello stesso tempo, la realtà metropolitana che appunto si presenta situazioni simili.
4 In questo mondo di donne, dunque, l'uomo appare come una figura annullata, ripudiata, soppressa, quasi come se fosse una presenza negativa. Perché essi ricoprono un ruolo così conflittuale con la donna di Spleen?
L'uomo in Spleen compare poco e quando lo fa è ai margini. Per l'Io narrante e anche per Antonia,l'uomo è una presenza "cattiva" quindi esse lo eliminano dalle proprie vicende interiori,
non a caso, reazionario e insensibile appare il marito di Antonia, duro e violento il professore,pericoloso e approfittatore è lo spacciatore, vuoto il ragazzo che fa sesso con l'Io narrante e poi c'è Gianni, verso il quale l'io narrante,tutto sommato, prova un affetto sincero che è un uomo e a lui, riesce a darsi completamente. A lui darà soltanto il proprio corpo in un rapporto sessuale frenetico e carnale,trasgressivo, forte.
Verso Gianni lei proverà tenerezza, ma non riesce a dargli un amore sincero, anche perché nella sua contraddizione e difficoltà è soltanto Antonia, una donna.
5. L'Io narrante della storia non ha un nome, né lo svelerà mai. Perché questo anonimato?
L'Io narrante non ha un nome perché il nome dovrebbe dare identità, fisicità ad una persona, l'Io narrante è senza nome in maniera simbolica, proprio perché sente sulle proprie spalle , il peso e il marchio della solitudine soprattutto l'impossibilità di relazionarsi agli altri.
Nella nostra società, molto spesso, il nome è vincolo di prestigio, di conformismo, è una regola statica, anagrafica, di conoscenza. Ma il nome come identità interiore, il nome dignità, il nome 'io', purtroppo è uno degli assassini più feroci della nostra società frenetica,vuota: essa stessa senza nome, l'Io narrante quindi sembra quasi essere un'intuizione che una presenza materiale urla, più un'impalpabile supposizione (anche drammatica) che una connotazione scientifica.
Anche in questa scelta, simbolismo e realtà s'intrecciano.
6. Spleen Grigio Pioggia è un romanzo allo stesso tempo lirico e duro che proprio per il suo impatto finemente allegorico è stato spesso frainteso e così criticato. Come si reagisce davanti ad un risultato del genere, dopo tanta meditazione creativa?
Spleen richiede una lettura paziente e seria, non è un romanzo nato per gusti effimeri o su richiesta editoriale, la sua lettura potrebbe apparire ardua, proprio perché tenta di portare il lettore ad una partecipazione (anticritica) della vicenda. Di certo, il grande simbolismo di cui parliamo costantemente, costantemente presente nella struttura, può portare ad interpretazioni anche inutili ed
errate: alcuni si sono scandalizzati di pagine forti che altri hanno invece definito le più liriche. Ebbene, in ciò è il rischio di chi scrive per scrivere, di chi narra per narrare.
Paradossalmente, non si è più abituati ad una scrittura o ad un discorso vero, sincero, spontaneo.
Anzi, lo stesso viene frainteso o non svolto. A me ha fatto piacere che sono state apprezzate o definite poetiche, proprio le pagine più dure del libro, nelle quali, l'amare, le lacerazioni interiori, il sesso, il sogno, l'utopia sono le vere protagoniste.
Spleen mi piace immaginarlo come un unico tronco di quercia e le sue pagine tante schegge di legno che un'ascia affilata procura quando lo colpisce. Quando appunto un lettore lo legge e si accorge d'essere quasi investito da queste schegge. Un libro deve anche essere questo: un momento di smarrimento o di riflessione. Di certo, dev'essere un 'occasione per il lettore e l'autore di sfiorare senza manipolazioni, personaggi, vicende, storie…
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