
"Nel paradiso terrestre,il male ha le fattezze di una lunga serpe, altrove il diavolo è un vecchio sarto che ghigna,un normale viatore che sorride. Il sorriso è una reazione incontrollata:da sempre - davvero - non c'è nulla di più naturale. I serpenti non hanno nulla. Non hanno le braccia, non hanno le unghie: il pelame, un sesso evidente. Il concetto d'infinito ostacola le umane capacità intellettive, è l'idea più semplice che ci si data di avere nella mente.Sostengo che quello dell'infinità sia il più ovvio,il più perfetto dei pensieri pensabili perché l'idea illuminata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia.Che i serpenti - a pensarci - somigliano così tanto ai lacci, alle corde.
Ché c'è una stringa a bloccare la testa di Darwin, San Murphy, Vox Dale… un laccio, che quando il tempo si ferma, cattura la mente di Taiwo e di ognuno: il più elementare dei corpi, di fronte al più scontato dei pensieri umani. Ché non è vero i serpenti fanno paura perché velenosi: fanno paura perché semplici, si muovono, scattano: al di là della scienza, non riusciamo a capire come un essere senza zampe possa spostarsi così."
( Alcìde Pierantozzi - Uno In Diviso)
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Alcide Pierantozzi è un esordiente, un nuovo talento letterario. Giovanissimo, classe 1985 e un romanzo pubblicato : Uno In Diviso (2006) . Un crocevia tra gironi danteschi, ricerca della concezione scissionistica tra bene e male, intrecci filosofici prestati da Rousseau, Moore, Aristotele, Camus, Sant'Agostino, Rilke, l'irrequietezza sessuale, la Chiesa, l'omosessualità,l'aborto,i pacs,il giornalismo di oggi tra Tsunami e Annamaria Franzoni: una planimetria impeccabile e inedita scavata nella furia di un simbolismo metaforico che alla fine chiude un cerchio immaginario, profondamente esistenziale che scopre il risvolto lirico e struggente di quello che sembrava un mondo visionario che qualcuno potrebbe paragonare alla scrittura maledetta, ma che invece scopre una lettura tra le righe candida come non mai e fertile per mille riflessioni.
Violento e cruento alla pari del migliore degli esempi di Kubrick, profondo nel suo remoto senso interiore.
In Uno In Diviso si notano in controluce i richiami contaminanti del presagismo degli ultimi film di Pier Paolo Pasolini ( a cui il libro è dedicato) sullo sfondo di quella che si può chiaramente definire una favola nera in cui tutto è il contrario di tutto come con Agotha Kristof in chiave 'Trilogia della città di K' ma che si lascia ripercorrere ma con un sapore di gran lunga incline al postmodernismo di un pensatore contemporaneo come Alcide Pierantozzi, ma che di certo non rinnega del tutto il passato.
È una lettura audace, intelligentissima, tremendamente matura nella scrittura e nei concetti, ma soprattutto è audace. Audace come la casa editrice che ospita la pubblicazione di Uno In Diviso, il secondo romanzo pubblicato con questa firma editoriale :si tratta della HACCA, il neo-progetto editoriale nato nel 2006 che diventa la costola specializzata in narrativa generata dalla Halley Editrice,il marchio editoriale da sempre specializzato in giurisprudenza e saggistica professionale
â–ºLA TRAMA
Taiwo e Kehinde sono due fratelli siamesi:il loro corpo è come una Y, due teste, due busti, un unico pene,due gambe: ossessioni, fobie, sensi lirici si alternano in cerca di riscatto meditando nell'ombra dietro il bancone di un centro segreto di incontri clandestini osé e l'ossessiva oppressione di una famiglia-spettro tra le fobie materne, l'abuso di un padre e la figura imponente di un nonno che impersona la figura agreste di un mondo chiuso tra una claustrofobia quasi dalle orme horror e poi ombre, grandi ombre di un mondo cittadino senza volto.
Sullo sfondo c'è la riflessione, un marasma neo-stevensoniano che si sfoga tra violenza estrema, quasi cannibale e poi a veli di delicato senso del Bene.
Poi all'improvviso, tra l'inferno del calderone di questa storia densa come poche arriva il paradiso, anzi, l'antipurgatorio che tutto purga in uno straordinario senso lirico di una profondità intimistica e personale in cui lo stesso Alcìde Pierantozzi si racconta tra emancipazione dalla melma della massificazione e sensibilità incontenibile e immediatezza che miscelano uno scrigno commuovente.
â–ºIN CONCLUSIONE
Uno In Diviso è un libro come pochi, raro, rarissimo, anzi, unico nel suo genere. Pugnali e carezze si alternano in un contrappasso di meditazione che si legge d'un fiato la prima volta e si lascia leggere e rileggere all'infinito.
Alcìde Pierantozzi è l'artefice di una tessitura letteraria da assaporare in profondità: eleganza stilistica, profondità nei temi e uno spirito suffuso di comunicazione che preme… per spiegarlo le parole non bastano, una sua lettura vale più di mille commenti.
â–º CHI E' ALCIDE PIERANTOZZI
Alcìde Pierantozzi è nato a San Benedetto del Tronto nel 1985. E' diplomato al liceo classico e attualmente frequenta la Facoltà di Filosofia dell'Università Cattolica di Milano.
Dall'età di 15 anni si dedica alla critica letteraria e filosofica. I suoi racconti e le sue poesie sono state pubblicate sul bimestrale di scrittura creativa Inchiostro.
- La lettura di Uno In Diviso è sconsigliata ai minori di 18 anni.
â– â– â– â– LE MIE INTERVISTE â– â– â– â–
CHIARA MARRA INTERVISTA ALCIDE PIERANTOZZI
1. Uno In Diviso è il tuo primo romanzo. Qui misceli con sapienza un linguaggio altisonante e lampi di filosofia perfettamente incastonati in un simbolismo metaforico imbevuto del mondo attuale. Un connubio tra postmodernismo e tradizione, direi. Come è nata l’idea di creare questa struttura e quanto tempo hai impiegato per ultimare il tuo romanzo?
Per scrivere “Uno in diviso” ho impiegato due settimane, poi c’è stata la fase dell’editing – una correzione molto lieve – insieme all’ottima Cristina Tizian. Il mio discorso sulla lingua, per rispondere alla tua domanda, è decisamente complesso… quindi consiglio a tutti di leggere il saggio “Sul linguaggio”, pubblicato nel sito www.orepiccole.org e precedentemente nel blog dello scrittore Sciltian Gastaldi. In breve il mio messaggio è questo: una lingua tradizionale che risponda agli attacchi di un mondo che, pur nella sua (post)modernità, rimane legato a sovrastrutture e modi di espressione desueti.
2. “I serpenti somigliano ai lacci, alle corde”, questo è uno dei leit motiv che ritorna ossessivamente in Uno in Diviso. Cosa mi dici in proposito?
Che io ho sempre avuto una paura pazzesca dei serpenti!, tutto qua… Da piccolo non riuscivo a fare la cacca perché ogni volta che mi sedevo sulla ciabatta del water paventavo che un serpentello mi mordesse il culo. :-(
3. I gemelli siamesi Taiwo e Kehinde sono i protagonisti del tuo romanzo. Stando alle fonti ufficiali, questi nomi risalgono ad una leggenda africana. Come mai hai scelto proprio questi nomi?
Sono i nomi di due gemelle femmine. Li ho scelti in relazione a una complessa metafora di origine cinese, di carattere manicheo, che le vede protagoniste di un’azione all’interno di un bus. La mia storia, infatti, inizia su un filobus…
4. Per intestare i capitoli del tuo libro, utilizzi una rilettura de i gironi dell’inferno della Divina Commedia, ma quello che più colpisce è il “contrappasso” del tuo pensiero: In Uno Diviso Taiwo e Kehinde dibattono contro la figura negativa della Chiesa, parlano di omosessualità, aborto, sesso ma allo stesso tempo tu citi fonti che si sposano perfettamente con la filosofia divina. Nelle ultime pagine del libro scrivi “ Sul mio tavolo ci sono tre libri: Alla Fine Della Notte di Cèline, I Promessi Sposi di Manzoni e Le Confessioni di Agostino”. Impossibile non notare il contrasto, mi spieghi il perché dell’unione di queste tesi così contrapposte tra loro e soprattutto qual è il tuo vero sentimento verso la religiosità?
Guarda, io non credo nel dio cristiano. Sono ateo laico agnostico. Quella è semplicemente Letteratura… Un altro mio maestro è Cèline, da qui si spiegano i diversi contrasti, e una visione agostiniana – cioè DIVISA – delle cose.
5. L’horror e la filosofia, sono questi i temi portanti di Uno in Diviso che a volte raggiunge apici violenti ma, per la verità, non gratuiti che toccano punte estreme. Mi riferisco a quando narri di Ana ed Eleonora: lo squartamento, le croci e soprattutto l’immagine cruenta di Taiwo che divora un feto. Hai osato tanto eppure il tuo linguaggio narrativo resta freddo, razionale…
Sono una persona molto razionale e tutto quello che io scrivo rientra in un progetto preciso.
6. Tracci una comunanza forte: il feto è un uomo in atto, ma nel suo piccolo lo è anche uno spermatozoo. Vero. Per te, quindi, la dignità umana nasce già con lo sperma di cui tanto parli nel tuo libro?
Certamente…
7. I tratti crudi di Uno in Diviso, finiscono poi per generare un cerchio che si chiude, e in quella chiusura tu parti di te con quel bellissimo affresco esistenziale lirico e struggente contenuto nei capitoli “Girone del tempo ritrovato” e “Antipurgatorio” che restano indelebili. Praticamente ci sono le tue confessioni lì dentro, cos’hai provato a scriverle mostrandole al mondo?
Non ho provato niente, io non sono uno di quegli scrittori che soffrono. Per me scrivere è un mestiere come un altro.
8. In qualche modo la filosofia ti ha cambiato, tu tra l’altro sei iscritto proprio alla facoltà universitaria di filosofia. Immagino che per te questa materia sia fonte di vita, come ha cambiato te stesso?
Sì, io studio filosofia alla Cattolica. La filosofia è una disciplina che ti cambia in tutto, nella scrittura, nei sentimenti, nei modi in cui guardi un film… Diciamo che se prima eri singolare, con la filosofia diventi plurale! :- )
9. A proposito di filosofia, tu stesso scrivi:
“Nella requie supposta riprende la bocca sulla terra
La verità
La verità
Dall’alto filma la cattedra di una pretesa illogica”
Com’è nato questo tuo "aforisma filosofico" e cosa rappresenta per te?
Non è un aforisma, è l’estratto di una poesia pubblicata su Inchiostro. È il mio personale manifesto di agnosticismo che ho fatto a 18 anni!
10. Ritorniamo a Uno In Diviso, ad un certo punto scrivi: “Racconto ai due gemelli del mio bisogno di scrivere un libro, in fretta, prima di morire”. Hai paura della morte?
Sì, perché ho paura di non ritrovare la persona che amo.
11. Dedichi il tuo primo romanzo alla memoria di Pier Paolo Pasolini, una personalità di cui anche la tua scrittura risente della sua presenza. Cos’è che tanto ti ha fatto legare alla sua visione del mondo?
Pasolini è il mio maestro, per rispondere alla tua precedente domanda sul linguaggio dovresti recuperare il suo discorso sulla rosada,anche. Ma pure qui non riesco a esaurire l’argomento in poche righe. Ti confido una cosa: io odio le interviste! Te la rilascio solo perché mi stai simpatica… :-)
12. A proposito di influenze, la scrittrice noir Alda Teodorani ha rappresentato per la stesura del tuo libro un grande sostegno. Com’è nata questa vostra amicizia?
Alda fa parte della mia vita, è un’amica importante.
13. Per concludere, una domanda forse banale, che ti avranno chiesto mille volte. Ora hai 21 anni e il tuo modo di fare letteratura spicca certamente per un ritratto al di sopra della media di quello che abitualmente la società attribuisce alle giovani generazioni: certo, per te è stato un percorso rettilineo che si è sviluppato man mano tra i racconti, le poesie e le recensioni che scrivi da quando avevi 15 anni. Ma che significa per te essere costretto a vivere a contatto di questo impasto melmoso e massificato di ciò che comunemente i tuoi coetanei si nutrono?
Non lo so, mi fanno spesso questa domanda ma non so proprio cosa rispondere, perché ognuno scrive e legge quello che esso stesso è in prima persona, credo. E poi credo che questa ultimissima generazione sia davvero forte, e ti faccio tre cognomi di esordienti da tenere d’occhio: Dadati, Pastorino, Bomoll. Il fatto è questo, siamo giovani. Giovani per davvero! Giovani fuori il che vuol dire VERAMENTE giovani.

Qualsiasi stupida cosa di questo mondo ti vuol tenere con i piedi per terra, perché i sogni cambiano le cose, e nessuno vuole che le cose cambino.
(Alessio Adami, Diario Di Un Cane Malato)
È uno di quei libri che lascia il segno, questo è Diario Di Un Cane Malato: c'è un urlo da beat generation di veleno sputato a terra e c'è allo stesso tempo un senso lirico, di poesia, come quando John Fante abbassa la testa e smette di tirarsela, si sente fragile e dice verità alte.
Alessio Adami combatte, grida a modo suo, nella sua scrittura scorre tra un mondo amaro, a volte sfiorato dalla malinconia e con una rabbia, una forte rabbia dentro.
Questa è una storia di quelle incisive,laceranti e allo stesso tempo costruttive, cariche di spinte emotive che nella loro nella loro senso crudo lasciano anche lo spazio per poetare per un mondo che comunque rimane senza via d'uscite.
â–ºLA TRAMA
Mario Carmiani, detto Obo, è un ex pugile di una certa fama ma anche un poeta.
Il pugilato alla fine altro non è che il senso della vita, capace di stenderti quando meno te lo aspetti, ti lascia così, li ansimante nei tuoi respiri fino a quando non diventi altro che un vuoto a perdere.
Mario sognava una vita che lo rendesse immortale: senza conoscere la vecchiaia, la stanchezza, senza rimanere in agonia appeso ad un catetere.
E allora eccolo il pugno che ti uccide e allo stesso tempo salva l'utopia dell'eterna gioventù: Mario Carmiani è malato di cancro, la sua vita è ormai ridotta agli sgoccioli.
Tutto quel che resta sono gli sfoghi, i monologhi irascibili del proprio io. Questi sono i titoli di coda. Essere giunti alla fine e averlo fatto con freddezza, forse con quella vigliaccheria del non saper farla finita da solo.
E va via così questo personaggio, un angelo dell'inferno che vomita la striscia bianca sul nero della strada e lascia un segno, lo lascia profondamente e spesso e volentieri di quel cancro se ne infischia, lo schiva, cerca di dimenticarlo.
Diciamolo, questo 'Obo' molto spesso non è un sogno, sono in tanti a vivere come lui . Sempre lì fino all'ultimo su quel ring della vita a combattere da soli.
â–ºDIARIO DI UN CANE MALATO IN GENERALE
Non aspettatevi un libro da morale o da messaggi universali, da filosofie da inseguire.
Diario Di Un Cane Malato è una di quelle storie dure cosi come si possono trovare nella realtà. È un libro che appassiona, coinvolge, si lascia attraversare e perché no, si fa anche rileggere più di una volta.
È un libro senza filtro, ma che spesso si abbandona alla poesia e questo è un po' una perla rara perché di libri così se ne trovano pochi. È la carezza in un pugno, una riflessione introspettiva bellissima che lascia una marea di riflessioni e sensi della vita autentici, il tutto immerso in una scrittura magnetica e scorrevole in continuo mutamento tra bene e male.
â–ºCHI E' ALESSIO ADAMI: LA VITA
Alessio Adami è nato a Lucca nel 1977, cresciuto vicino a Collodi sviluppa, insieme al nonno, interesse per la letteratura e l'elettronica. Amante del mondo orientale, si appassiona di arti marziali e bushido (legge spirituale del samurai). Entra presto in contatto con scrittori in vernacolo che lo stimolano a scrivere e partecipare a concorsi. Il rapporto con il gruppo missionario della Casa di Nazareth lo aiuta a prendere consapevolezza dell'immensa magia della religione, pur rifiutandone i canoni di fede. La sua vena artistica spazia da un racconto scritto per Emergency alla recente realizzazione di un cortometraggio. È dotato di un graffiante umorismo, di sé dice che se non potesse riversare su carta i propri demoni, probabilmente, vivrebbe in uno stato di latente psicosi…
â–ºLE OPERE
" Passò la pagina di un quotidiano" prospettiva editrice 2000
"Diario di un cane malato" Prospettivaeditrice 2003
"Jam Session" x emergency, Lampi di stampa 2004
" I ranocchi instabili" ed. il molo 2005
" 21 dicembre 2012" ed. lulu 2005
►►LE INTERVISTE DI GROUDY.BLUE
â–ºCHIARA MARRA INTERVISTA ALESSIO ADAMI
1. Il primo impatto con la lettura del tuo libro Diario Di Un Cane Malato è dettato da queste parole:
Pensala come vuoi, ma il lettore si scandalizzerà per la parola culo, non per un tumore che mangia l'anima.
Ti ricordi di quella cena con gli amici?
Mi raccontasti una cosa:
Eravamo a cena ad un certo punto un mio amico si è lamentato del fatto che i bambini vedano Soubrette mezze nude ballare in prima serata, io mi sono infuriato, poichè solo mezz'ora prima al TG davano gente che moriva in guerra e per strada, quello i bambini lo possono vedere?"
Sono parole di Simone Lombardi ( scrittore ) tu come le commenteresti e quanto di vero ci trovi?
Credo che ogni testo lasci al lettore quello che lui stava cercando, niente di più niente di meno. Ogni individuo è legato alle sue convinzioni frutto di educazione sociale e religiosa. Poi c'è l'ambiente e tutto il resto. Non so se la gente ha capito quello che ho scritto. Il mio obbiettivo era quello di provocare, e in un modo o nell'altro mi sembra di esserci riuscito. E' anche vero il fatto che i bambini sono meno tutelati dalle immagini di violenza che dalle subrettine. Quasi tutti i bambini di sette anni hanno visto Terminator, ma non Giovannona coscia lunga. Ed infine, Sì. Il lettore si scandalizzerà più per la parola Culo e ripeto Culo e voglio vedere le tue pupille mentre dico Culo, piuttosto che del tumore. Mulini a vento? Io vedo solo giganti.
2. In una qualche maniera, il tuo è uno spirito controvento: i falsi buonismi non ti sono mai piaciuti e spesso la tua scrittura è rabbia, cos'è che per te non va in questo mondo?
Sto per dire una cosa che mi farà passare per maschilista. Siamo una generazione cresciuta dalle donne. La donna, è molto più diplomatica e malvagia dell'uomo. Mi spiego meglio. I figlia da 50 anni a questa parte sono cresciuti con queste frasi nella testa: siamo tutti uguali; tu sei speciale. Involontariamente nel bambino si crea quella faccia di plastica che dice all'amico: tu sei bravo. Ma dentro di se afferma: io sono meglio di te bamboccio. Ed il mondo di oggi è così: un bambino capriccioso e diplomatico, che ceca con un sorriso di rubare il giocattolo dell'amico.
3. Nei tuoi venti contrari accenni anche alla politica e alle case editrici. Ecco, tu sei un giovane scrittore, per te cosa dovrebbe cambiare nel mondo di questa nuova editoria?
E' il lettore che deve cambiare. Deve smetterla di comprare i libri al supermarket. Quelli non sono libri, sono strumenti politicamente corretti. In secondo luogo, lo scrittore deve mettersi in testa che scrivere è una passione che deve portare soldi. Deve smetterla di pagare per pubblicare. Deve smetterla d'accontentarsi della gloria. Se uno vuol scrivere per la gloria, c'è il blog, c'è la rete, e sono sicuro che avrà più lettori così che pubblicando un libro in qualche copisteria "improvvisata casa editrice". Infine, le case editrici italiane dovrebbero promuovere il libro e non limitarsi a stamparlo e soprattutto portarlo all'estero: Germania e Spagna, per esempio.
4. Cercando di tracciare un biglietto da visita generale su Diario Di Un Cane Malato come lo definiresti?
Un giocattolo cerebrale in mano al lettore. Tutto qua. Uno strumento di confronto. Un pugile, una vita, uno scrittore. Un libro che chiede agli spettatori sul palco di salire sul ring e farsi spaccare la faccia, piuttosto che stare seduti a commentare bevendo birra. Una vita priva d'esperienze non riempie la scatola dei ricordi.
5. Mario Carmini è un personaggio realmente esistito. Quando è morto avevi 15 anni cosa ti ha colpito di lui al punto tale da ricordarlo ancora e da dedicargli un libro?
Mario Carmiani non è esistito. Sono esistiti ed esistono molti personaggi di contorno: Il barbiere, Carlo, Il Prete, Nonno Umbe, Il Boscaiolo. Mario è solo la somma di molte persone che ho conosciuto nella mia vita e parte di me. Credo che Obo sia il collagine di tutti i personaggi del libro. Lui vive come portatore della vita di altri e ne amplifica le sensazione. E se Mario Carmiani fosse esistito, credo non si sarebbe confuso con un pivello come me.
6. In questa tua opera si alterna la poesia e lo stile senza filtro. Come riesci a conciliare questa formula?
Qualcuno mi ha dato del furbetto. Dicono che ho scritto la narrativa del testo per far leggere le mie poesie. Non è tutto falso. Credo che la parte in corsivo (poetica), non avrebbe riscosso attenzione da sola. Invece introdurre l'ambiente e l'azione affiancandola all'emozione poetica, sia più accessibile a tutti e di facile coinvolgimento. Non concilio, vengono da sole. La poesia è bella nell'attimo in cui la si dice. Nel luogo giusto, con le persone giuste. Da sola e con il tono sbagliato, rischia di morire. Qui, i versi si appoggiano su una base ambientale già confezionata.
7. In te come nel tuo libro, c'è la storia di chi è pagine e allo stesso tempo scrittore e poeta: la lotta e la scrittura, due armi complementari. Quanto ti appartengono nella tua 'sfida di sopravvivenza'?
Ho un sacco in garage, adoro le arti marziali, e adoro la scrittura. Il mondo è una sfida a due: io e gli altri. Un po' come sul ring. Però non è una sfida alla sopravvivenza. Sul ring sali e se perdi non muori, hai trovato solo qualcuno più forte di te, o forse, quella sera non eri in forma. Il bello del gioco sta nel rimontare sul ring ed essere consapevoli che un giorno saranno maggiori le sconfitte che dei successi. Poi c'è un comandamento importante da seguire: il pugile giù dal ring non esiste più per la folla. Quindi un pugile deve combattere perché vuol combattere, non per la gloria eterna e per il pubblico. Il pubblico è una bestia strana prima ti porta in gloria e poi si burla di te. E lì, non si parla di sopravvivenza, si parla di contratto a termine con la fama.
8. Non vuoi essere un evangelista né uno che scrive per fare falsa morale. Qual è il riscontro che trovi in chi ti legge in un mondo ormai quasi del tutto omologato?
Io non temo l'omologazione, temo chi non sa il perché è omologato, o peggio ancora non si rende conto di esserlo. Chi mi legge, è ancora un po' fuori dalle righe. Non lo dico per vanto, è che per trovare libri non omologati devi cercare fuori dalla omologazione e quindi non puoi essere omologato. Questo un po' mi fa rabbia. Per tornare alla domanda 1. Il problema è che vorrei far leggere la mia roba a chi non la pensa come me per provare a cambiarla, invece finisci per far leggere i tuoi scritti al lettore che ha già gli occhi aperti e può solo avere conferma di quello che già pensava. Questo mi fa un po' arrabbiare.
9. Un tema importante: la malattia, il cancro. Dalla consapevolezza di uno scrittore che si cala nei panni di un personaggio come Obo,che sensazioni hai provato a descrivere i suoi stati d'animo?
In quel periodo c'era mio zio che stava morendo di cancro. Ho vissuto con un po' di distacco la cosa, devo essere sincero, ma ne ho approfittato per valutare la mia vita a scadenza incerta, con quella di un uomo a fine prefissata. Sono entrato in un vortice di frustrazione che ho sfogato scrivendo. Ho scritto di tutto, per mesi, Obo ne è una parte. Credo che Obo sia quindi, più rabbia e frustrazione di uno scacco imminente, piuttosto che depressione, rassegnazione e pianto.
10. Se Obo fosse qui, se fosse ancora qui cosa gli diresti visto che la tua mente scrittrice è nata un po' per lui?
Facciamo tre riprese da due?
Dopo il romanzo Spleen Grigio Pioggia (2001) Domenico Pisano torna in libreria con Il Mistero Del Cammeo Rosa: una storia allegorica e piena di simbolismi ambientata tra un mondo popolano tra l’alone del senso empirico della religione. Una metafora racchiusa in una scrittura visionaria dello sguardo di un ‘delicato Baudelaire’
Dove può arrivare la metafora del Simposio platonico portata al suo estremo più perverso?
Tra le passioni e la filosofia uno degli scrittori di best seller più celebri della Grecia contemporanea, cerca di rispondere a questo interrogativo.
Dibattuto tra teologia e zoologia, il giovane Piscine Molitor Patel ( Pi per gli amici) intraprende un amore universale per le religioni: ne studia e ne ama tutte le confessioni e in tutte le sue forme, lui crede in Dio dal Cristianesimo all'Islam passando per la religione Indù.
Tra magia e senso assurdo, una metafora squisita sul viaggio dell'uomop e sulla fede senza ricadere in discorsi difficili o trovate new age.
DAVVERO DA NON PERDERE!
Quella di Spleen Grigio Pioggia è davvero una storia particolare: un senso di filosofia oscura ritrae l'amore carnale di due donne, una prosa ferma e asciutta per un'ambientazione estrema... il tutto per svelare il legame intenso e sottinteso tra madre e figlia
'Una storia estrema (in un'atmosfera cupa, di degrado e di emarginazione, quasi un "pugno allo stomaco" per chi vive nell'indifferenza e negli agi del benessere), che si snoda lungo un discorso che procede a strappi, per frammenti'
Esordisce in questo modo il giornalista Cosimo Caputo per dare una spiegazione alla trama di Spleen Grigio Pioggia del professore liceale e scrittore Domenico Pisano.
Questo è il suo sesto libro e per come se lo descrive non manca un'ondata di polemiche e fraintendimenti.
Ma cosa c'è di tanto tumultuoso in questo romanzo? Lo stile? La narrazione dell'amore tra madre e figlia?
L'io narrante e Antonia. All'inizio sembrano due normali amiche, poi sembrano due amanti e poi ancora si scorge un atto di pedofilia tra una ventiseienne e la sua consapevole 'vittima' di otto anni.
Una continua lotta tra le parti che guerreggia per tutta la prima metà di Spleen, ma anche la pioggia, per quanto trasparente nasconde in sé qualcosa di non visibile e così si scopre che tutto è il racconto del rapporto tra una madre e sua figlia.
Due persone diverse per età ma identiche in tutto come due gocce d'acqua, gocce come quei punti decisi che si susseguono tra le righe 'il tono asciutto e la prosa volutamente cruda' - si legge nella prefazione di copertina-Io non credo sia così, è una scrittura ermetica, ma non per questo timida, da ogni frase se ne potrebbero tirare fuori mille parole. Ma ogni volta c'è quel punto, quel pallino costante che vorrebbe fermare tutto e invece
le parole si confessano e tutto si srotola pian piano.
Ogni riga è come un cucchiaino su cui si assapora di volta in volta lo stesso succo ma con un sapore sempre diverso. Non può essere una prosa cruda, non deve esserlo se dentro ci leggi frasi del tipo 'ho grattato con l'unghia un adesivo sull'apparecchio telefonico, raschiandomi la gola': non c'è una retorica sterile, c'è anzi un profondo realismo sensibile e attento a tutti i microingranaggi dell'esistenza così come lo è anche l'amore carnale di queste due donne: mamma e figlia.
Si, carnale, come diceva il mio professore di latino qualche tempo fa parlando di Paolo e Francesca ' l'amore è quello denso,carnale, di vene di sangue, se nell'amore non soffri, se lo fai per essere stupidamente felice, allora..allora non hai mai amato'
È cosi anche per Antonia e sua figlia: un amore fisico, geloso e tremendamente possessivo. In fondo questa non è follia e semplicemente il nucleo primordiale di tutto quello che significa il concetto di maternità.
Il primo contatto d'amore che può raggiungere un essere umano è quello all'interno dell'utero umano dove ogni frammento dell'embrione è attaccato ad un altro corpo, da dentro e da fuori inesorabilmente.
È una legge scientifica inevitabile,sessuale e naturale.Tutto il bisogno d'amore che ci sarà poi, è il richiamo di ciò.
È stupendo il concetto della gravidanza di una femmina in cui, due corpi dello stesso sesso si entrano dentro, senza clichè sgorgando un senso di purezza, vivere in simbiosi, carne della propria carne, intimamente simili,intimamente uguali è chiaro questo senso in quelle parole che parlano delle tre mani: due mani della figlia e una mano della madre che si appoggia sul grembo per sentire il suo cuoricino battere.
Ed è proprio quell'embrione che sta li a parlare di quella goccia che nasce,che diventa bambina, adolescente e niente può colmare un oceano grande quanto quel legame né un padre, né un fidanzato come Gianni perché per quanto ci si sforzi è magistralmente impossibile. Questo è inconsciamente un tratto vissuto da tutti,anzi da tutte.Scrivere del rapporto di una mamma e una figlia è difficile, spesso è un sentimento pieno di contraddizioni, che per quanto vissuto costantemente nessuna figlia può comprendere pienamente perché per ognuna esiste una sola madre e l'unicità non ammette paragoni sia nel bene che nel male.
Poi c'è Giuliana,la nota dolente, la nuova compagnia di Antonia,apparentemente è un'altra persona ma la verità è che lei rappresenta quella bambina che ormai è diventata grande, che ha già vent'anni, tra i rimpianti e i dolori dello scorrere della vita mentre sputa l'ennesimo filo di tabacco sulla lingua e piove. Piove. Ancora.
E mentre piove quel frammento di flash back vivente che non ha mai abbandonato quell'utero si specchia in una pozzanghera e non si riconosce, non si accorge che cresce e che cambia, non sa di chiamarsi Giuliana e si perde in quel mondo folle che la mediocrità le getta davanti tragicamente e forse tutta l'infanzia trascorsa con sua madre è stata solo una piacevole utopia persa davanti al terrorismo, il carcere, la droga e l'istituto.
Giuliana sembra un'altra persona perché in effetti quella figlia l'affetto dalla madre non l'ha mai potuto sentire.
Scrivere un libro è sempre un salto verso qualcosa di ignoto, si cerca di creare personaggi quasi del tutto estranei da quello che si è, per vedere come ci si sta a vivere in un'altra vita ma poi alla fine si finisce per
svelare cenni del proprio Io.
Come tratti autobiografici c'è quella sorta di autodifesa della figura di quel professore considerata come la voce del sapere e di quella 'claustrofobia in mezzo alla gente', della non accettazione di quella che c'è fuori….
ma queste poi sono cose personali e non sta a me giudicare Domenico Pisano, il MIO professore di latino…
â–ºDOMENICO PISANO: LA VITA
Domenico Pisano è docente di italiano e latino presso un liceo avellinese. Collabora con l'Università degli Studi di Salerno e segue le attività del Centro Di Documentazione Della Poesia Irpina.
â–ºLE OPERE
Spleen Grigio Pioggia (2001)
Il Mistero Del Cammeo Rosa (2005)
â–ºCHIARA MARRA INTERVISTA DOMENICO PISANO
1. Spleen Grigio Pioggia è un romanzo inusuale: una prosa asciutta, situazioni falsamente estreme e geometrico.
Qual è il biglietto da visita di questa scelta narrativa?
Spleen Grigio Pioggia è un libro che vuole presentare in maniera antiretorica e scarna una vicenda interiore di due donne che vivono una condizione di estrema solitudine. È un libro duro, nel senso che non concede compiacimenti stilistici né momenti sereni perché il dramma di queste due donne vuole apparire, nella sua lacerazione senza facili sentimentalismi.
La frase breve quasi singhiozzata, interrotta è secondo me, il modo più idoneo per esprimere un modo interiore femminile anch'esso spezzato, incomunicabile, frammentario.
La scrittura deve essere la " pelle del contenuto", lo deve avvolgere,proteggere,preservare. Ebbene, un racconto così ispido non poteva di certo essere manifestato attraverso una scrittura ricercata e letteraria, anzi, se ciò fosse accaduto, avrei io autore tradito i miei stessi personaggi e la loro inconscia necessità di essere. La scrittura non è mai, come la parola, una manipolazione, un abbellimento: dev'essere espressione vera, di una parola interiore; lo stesso titolo, che apparentemente può sembrare difficile nell'interpretazione, non vuole catturare il lettore ed invece esprime sia il senso di angoscia che accompagna la storia , sia la presenza fondamentale della pioggia, una parola rude, essenziale così come credo debba essere per mantenere la propria identità.
2 Il senso visivo di questo romanzo si fonde spesso con un simbolismo altamente allegorico. Essendo dalla parte di chi scrive, come fa a nascere una base così intensa su cui tessere il racconto?
Il simbolismo è molto presente soprattutto per quanto riguarda l'acqua e la pioggia. Tale scelta mi è giunta pressoché spontanea. Però penso anche che essa abbia voluto cogliere nella vicenda quella parte intima della stessa, che molto spesso, viene trascurata o legata, il simbolismo è anche un'interpretazione credo, del vivere umano nel senso che la realtà non è sempre quella che si vede con gli occhi ma esiste anche un'altra realtà che va più interpretata, che visita in Spleen lo stesso ambiente metropolitano, i disagi quotidiani, il senso di solitudine, il bisogno di un amore, lo sfruttamento femminile nel mondo del lavoro , la tossico dipendenza e il terrorismo, il liquido amniotico, insomma, i vari livelli realisti e simbolici s'intrecciano, non vivono sepolti e prendono consistenza l'uno dall'altro.
3.Spleen Grigio Pioggia è un romanzo creato nell'atmosfera di un universo al femminile, che sapore ha per uno scrittore entrare nella prospettiva di questo mondo da raccontare?
Io non so ancora perché abbia scelto donne e una storia di donne per questo lavoro. Di certo l'universo femminile è molto più problematico di quello maschile, tanto da apparire anche contorto e ambiguo, la donna è una presenza fondamentale della storia e allo stesso tempo, paradossalmente, una presenza umiliata, emarginata, sembra quasi che la donna sia stata una realtà incombente nel mondo maschile. Non è così o la vicenda tutta al femminile di Spleen vuole appunto indagare sui delicati meccanismi relazionali e psicologiche di due donne.
Fa bene Spleen che non svela né pone certezze è soltanto il tentativo rispettoso di un uomo che, attratto e sedotto dalla sensibilità tradita della donna, ha voluto cimentarsi in questa impresa ardua.
Il mondo femminile raccontato da un uomo, forse è diverso da un uomo, forse è diverso da quello raccontato dalle donne, per vari motivi comunque esso può apparire all'uomo stesso, un varco verso la consapevolezza di un universo femminile di grande dignità ed umanità. Le stesse condizioni estreme di Spleen Grigio Pioggia (solitudine, angoscia, tossico dipendenza, omosessualità, sfruttamento) sono state volute proprio per evidenziare nel loro estremismo la condizione delle donne. Da ciò il simbolismo di una donna sola e nello stesso tempo, la realtà metropolitana che appunto si presenta situazioni simili.
4 In questo mondo di donne, dunque, l'uomo appare come una figura annullata, ripudiata, soppressa, quasi come se fosse una presenza negativa. Perché essi ricoprono un ruolo così conflittuale con la donna di Spleen?
L'uomo in Spleen compare poco e quando lo fa è ai margini. Per l'Io narrante e anche per Antonia,l'uomo è una presenza "cattiva" quindi esse lo eliminano dalle proprie vicende interiori,
non a caso, reazionario e insensibile appare il marito di Antonia, duro e violento il professore,pericoloso e approfittatore è lo spacciatore, vuoto il ragazzo che fa sesso con l'Io narrante e poi c'è Gianni, verso il quale l'io narrante,tutto sommato, prova un affetto sincero che è un uomo e a lui, riesce a darsi completamente. A lui darà soltanto il proprio corpo in un rapporto sessuale frenetico e carnale,trasgressivo, forte.
Verso Gianni lei proverà tenerezza, ma non riesce a dargli un amore sincero, anche perché nella sua contraddizione e difficoltà è soltanto Antonia, una donna.
5. L'Io narrante della storia non ha un nome, né lo svelerà mai. Perché questo anonimato?
L'Io narrante non ha un nome perché il nome dovrebbe dare identità, fisicità ad una persona, l'Io narrante è senza nome in maniera simbolica, proprio perché sente sulle proprie spalle , il peso e il marchio della solitudine soprattutto l'impossibilità di relazionarsi agli altri.
Nella nostra società, molto spesso, il nome è vincolo di prestigio, di conformismo, è una regola statica, anagrafica, di conoscenza. Ma il nome come identità interiore, il nome dignità, il nome 'io', purtroppo è uno degli assassini più feroci della nostra società frenetica,vuota: essa stessa senza nome, l'Io narrante quindi sembra quasi essere un'intuizione che una presenza materiale urla, più un'impalpabile supposizione (anche drammatica) che una connotazione scientifica.
Anche in questa scelta, simbolismo e realtà s'intrecciano.
6. Spleen Grigio Pioggia è un romanzo allo stesso tempo lirico e duro che proprio per il suo impatto finemente allegorico è stato spesso frainteso e così criticato. Come si reagisce davanti ad un risultato del genere, dopo tanta meditazione creativa?
Spleen richiede una lettura paziente e seria, non è un romanzo nato per gusti effimeri o su richiesta editoriale, la sua lettura potrebbe apparire ardua, proprio perché tenta di portare il lettore ad una partecipazione (anticritica) della vicenda. Di certo, il grande simbolismo di cui parliamo costantemente, costantemente presente nella struttura, può portare ad interpretazioni anche inutili ed
errate: alcuni si sono scandalizzati di pagine forti che altri hanno invece definito le più liriche. Ebbene, in ciò è il rischio di chi scrive per scrivere, di chi narra per narrare.
Paradossalmente, non si è più abituati ad una scrittura o ad un discorso vero, sincero, spontaneo.
Anzi, lo stesso viene frainteso o non svolto. A me ha fatto piacere che sono state apprezzate o definite poetiche, proprio le pagine più dure del libro, nelle quali, l'amare, le lacerazioni interiori, il sesso, il sogno, l'utopia sono le vere protagoniste.
Spleen mi piace immaginarlo come un unico tronco di quercia e le sue pagine tante schegge di legno che un'ascia affilata procura quando lo colpisce. Quando appunto un lettore lo legge e si accorge d'essere quasi investito da queste schegge. Un libro deve anche essere questo: un momento di smarrimento o di riflessione. Di certo, dev'essere un 'occasione per il lettore e l'autore di sfiorare senza manipolazioni, personaggi, vicende, storie…
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