Spaghi d'autore

il pub letterario degli scrittori emergenti e dell'editoria indipendente [ rubrica a cura di Chiara Marra]
mercoledì, 16 settembre 2009

Assassinio in libreria - Lello Gurrado




Immaginate Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Giorgio Faletti, Fred Vargas, John Landsdale e molti altri giallisti italiani e internazionali riuniti, nei panni di loro stessi, a Milano per indagare su un unico giallo, l’assassinio della libraia Tecla Dozio morta per avvelenamento durante un festoso incontro letterario nella sua libreria. ‘ Una cosa è il romanzo giallo, un’ altra il delitto vero, adesso vediamo di che pasta siete fatti’ ghigna l’assassino in un romanzo che ruota intorno ad una dose di cianuro e una morte per avvelenamento.

L’idea di partenza di questa coralità di illustri protagonisti è interessante.Un'atmosfera più simpatica che lynchiana. Ancora di più se siete addentrati in materia e conoscete la vera Tecla Dozio. Una nota è d’obbligo: Milano, Via Peschiera 1, è qui che fino a pochi anni fa aveva sede una libreria culto per gli amanti del giallo,la Sherlockiana: una libreria specializzata, ricca di titoli rari, incontri con gli autori e tutto quello che si può chiedere, Tecla Dozio ne era la titolare assoluta, una libraia non solo nelle vesti di commerciante, ma editor, consulente di autori e case editrici, talent scout, organizzatrice di incontri, conferenze, dibattiti e presentazioni in Italia e all'estero.
Oggi la libreria ha chiuso i battenti e il senso di gratitudine verso questa personalità di spicco culturale ha voluto che Lello Gurrado, milanese d’adozione le dedicasse un giallo dove lei veste i panni della vittima.

Vero è che la libreria ha chiuso hai battenti quindi, si tratta più di un omaggio che di uno sponsor, ma è anche vero che aleggia più volte un sito internet citato in continuazione: www.gialloandco.it che scopro essere un’associazione culturale sul giallo e il noir dove figura tra i soci fondatori proprio la Dozio e volti noti del giallo italiano, sito di gran lunga consigliato agli amanti del genere.
Assasinio In Libreria, è un libricino stampato da Marcos y Marcos, 200 pagine nette, un romanzetto freack, che per metà mi pare avere un estro da vetrina commerciale prima di ingranare la vera marcia di un romanzo di confine tra il giallo e il noir dove l’assassino è un volto già ben noto.

Per i milanesi avventori della vecchia libreria sarà un piacevole amarcord da leggiucchiare almeno una volta, per il resto, non saprei, per chi come me che non vive a Milano, l’idea del romanzo corale che vede alle prese le firme di autori gialli impastati come protagonisti di un romanzo era un’idea intelligente. Ma nella lettura la coralità si perde, spesso solo mere elencazioni congiunte in gruppi di scrittori, citati ma senza un ruolo preciso nella storia, se non per Camilleri e Landsdale… nulla se non il piacere della gratitudine e un giallo affrontato dall’inizio alla fine con un pacato sorriso sulle labbra per quella Tecla Dozio che viva e vegeta e inaugura il romanzo con una sua prefazione.

CHI E’ LELLO GURRADO

Nato a Bari è giornalista professionista con esperienze di inviato speciale e caporedattore nelle più importanti case editrici nazionali. A 22 anni, nel 1979 ha pubblicato il suo primo libro: Il mestieraccio (Erre Edizioni) , una satira proprio sul giornalismo.

Sono seguiti Gli sdrogati (Bompiani), Mamma eroina (Bompiani), Khomeini e la questione iraniana (Sugarco), San Siro la Scala del calcio (Rizzoli), Don Mazzi, un prete da marciapiede (Sperling e Kupfer), Se ho smesso io (Edizioni San Paolo), Nomination (Fanucci). L'ultimo romanzo è Assassinio in libreria (Marcos y Marcos).
Vive e lavora a Milano.
postato da: GroudyBlue alle ore settembre 16, 2009 09:22 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: narrativa italiana, gialli
sabato, 11 luglio 2009

Federico Riccardo Chendi è a “Pugni chiusi”. Una grande prova quella di Chendi, più che riuscita

Federico Riccardo Chendi - Pugni chiusi


Federico Riccardo Chendi
è a “Pugni chiusi”

di Iannozzi Giuseppe




Iannozzi Giuseppe raccomandaFederico Riccardo Chendi con “Pugni chiusi” par quasi che irrida generi e sottogeneri del romanzo poliziesco, del giallo, dell’hard-boiled. Alla denuncia nei confronti d’una società asservita alla costumanza, alle convenienze, alle ipocrisie di tutti giorni si associa, quasi per contrappasso, una ironia a volte sguaiata altre ancora tragica. In “Pugni chiusi” la verità prima è che “non è vero che il sangue il sangue dei vinti e dei vincitori ha lo stesso odore”, ed è questa verità assoluta, perlomeno per Carlo, il protagonista del romanzo di Chendi, che si trascina con forza dalla Corsica a Berlino, da Genova all’Avana, fin sul tracciato della Linea Gotica nei pressi dell’Appennino tosco-emiliano.
La Smith & Wesson da cui il protagonista mai separa è l’ideale compagna che il giovane milanese porta sempre con sé, una volta che ha deciso di lasciarsi Milano e il mondo alle spalle.
E’ la storia di un uomo in fuga, che fugge dalla grossolanità degli affetti famigliari, che dietro di sé lascia solamente terra bruciata. Di buona famiglia, senza grilli per la testa, figlio di un famoso chirurgo, ad un certo punto realizza che non vuole diventare uguale spiccato al padre, che non è il caso che le sue mani sposino la causa di salvare vite umane perché la differenza fra il dare la vita e il togliere la vita non esiste. Ma non si creda che il giovane sia un anarchico o un militante con tessere di partito in tasca: è uno, soltanto uno che ha una Smith & Wesson e basta. Non è un rivoluzionario né pensa mai sul serio di vestire i panni dell’eroe: per certi versi è un po’ come un simulacro malriuscito del Che.
Carlo fugge, abbraccia la causa del Fronte di Liberazione corso, combatte per la Corsica, partecipa all’assalto d’una villa dei Savoia edificata nel mezzo d’un’isoletta, e poi fugge di nuovo, verso Berlino: per lui l’aria si è fatta pesante, troppo. L’eco della voce di Piero Ciampi, delle sue parole, lo accompagnerà sino a Berlino dove per un po’ riesce a fermarsi: il suo spirito inquieto si pacifica, ma “non ero fatto per amare e neppure per essere amato, ed era troppo presto per andare in pensione, ammesso che un rivoluzionario ci vada, in pensione”. Lascia dunque Berlino: il suo cuore è in Corsica, là dove ha visto morire i suoi compagni. Non gli riesce proprio di dimenticare. Qualcosa è andato storto, non è altrimenti spiegabile il fallimento. Qualcuno all’interno del Fronte di Liberazione deve aver fatto la spia, ma chi? Non ne ha idea. La memoria torna al sangue dei compagni persi. Lui è dovuto fuggire perché “tutte le rivoluzioni prima o poi finiscono con un tradimento o con una fuga precipitosa. C’è chi l’inizia per onore, per fanatismo o perché non ha un lavoro, c’è chi le fa perché non ha scelta o per mestiere”: solo questo sa il protagonista di “Pugni Chiusi”. Alla fine Carlo tornerà in Corsica per ricominciare da dove aveva lasciato. Tuttavia, ben presto, le cose si metteranno male, anzi malissimo. Il ritorno in Corsica è lotta ed è amore, è qui infatti che incontrerà una compagna forse più affidabile della sua Smith & Wesson, una compagna in carne e ossa. Non sarà però sufficiente combattere con tutte le proprie forze: qualcuno ha tradito e lo vuole morto. E lui, Carlo, non lo sa e nemmeno Rosa la donna che sa di amare e per la quale sarebbe disposto a morire.
Cicorivolta edizioniIl destino di Carlo si compirà in un registro più che melodrammatico, che sembra essere stato riciclato da Death Wish (in Italia, Il giustiziere della notte) con Charles Bronson nelle vesti del poliziotto anarcoide Paul Kersey. Federico Riccardo Chendi lo sa, è questo l’effetto che voleva sparare nella testa del lettore.
“Pugni chiusi” di Federico Riccardo Ghendi è un romanzo di ribellione, di rivoluzione, di verità e di false verità, di giustizia e di falsa giustizia, di rabbia e di dolore, ma è soprattutto la storia di Carlo, di un giovane la cui identità più intima non riesce a portarsi davanti allo specchio per riconoscersi ed è per questo che non gli resta altra scelta se non quella di pensarsi rivoluzionario.


buyPugni chiusi - Federico Riccardo ChendiCicorivolta edizioni - collana temalibero - ISBN 978-88- 95106-45-8 - prima edizione dicembre 2008 – pp. 149 - € 10



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postato da: kinglear alle ore luglio 11, 2009 12:56 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni, libri, editoria, scrittura, narrativa, narrativa italiana, romanzi, noir, thriller, gialli, novitĂ , scrittori emergenti, la mia opinione su
domenica, 14 giugno 2009

Guardie, Ladri E Tracciatori




Cercate un buon libro per l’estate e non solo da spiaggia, anzi per tutte le stagioni, dico che lo avete trovato, leggiadro,frizzante, ricco di avventura, curiosità storiche del Rinascimento e ambientazione nel futuro prossimo nelle valli della Svizzera Italiana, tutto questo è Guardie, Ladri E Tracciatori, quarto romanzo della “scrittrice arcobaleno” Manuela Mazzi che dopo reportage in forma di romanzi tinti di giallo, avventura, fantasia,punti di vista al femminile, giunge al romanzo della consacrazione della perfetta amalgama della sua corale anima da narratrice .

Definito da lei stessa come un libro per ragazzi, questo racconto è molto di più. Mirco, Luca e Stella sono i  tre protagonisti  adolescenti del ticinese sempre alle prese con il loro spirito d’avventura estivo ma sullo sfondo narrativo c’è quel quid in più, che intriga lettori di ogni età con la sua scrittura tutta particolare. Quella che sembra una scorribanda della curiosità di ragazzi si trasforma in una caccia al tesoro senza pari. Tracciatori alla ricerca di segreti e arrampicate metropolitane giungeranno alla misteriosa scoperta in un ghiacciaio disciolto di uno strano drappo di stoffa con filamenti dorati. Cosa sarà mai?  

In un’impercettibile ambientazione nel 2030, senza fantascienza ma con un pizzico di futuro sotto i piedi,tra bullismo e bande rivali, cyborg e videogame da creare, i tre inseparabili compagni d’avventura si troveranno scaraventati in una ricerca entusiasmante sulle tracce della storia che li condurrà fino a sviscerare gli intenti del Ducato di Milano in Svizzera in un mix tra botta e risposta di storia moderna e spy story dai ritmi sempre più serrati e calzanti senza perdere di vista lo schietto senso giovane con i primi batticuori e i consigli di un mentore come Giona, il vecchio bibliotecario che dietro il suo apparire burbero nasconde un mondo più profondo immerso in una ricerca del Sapere tra Lanzichenecchi e Araldica.

Libro scorrevole e pratico come solo Manuela Mazzi sa rendere questo genere di dinamiche caleidoscopiche ma abbiamo detto, con quella crescita in più che la consacra di una penna sempre al di fuori dei clichée del romanzo di genere. Un libro diretto, pratico nella scrittura, che cela scatole cinesi di storie dentro storie: colpi di scena con piccoli sprazzi di riflessione dietro l’angolo che non disdegnano un estro giornalistico mimetizzato in tante piccole rifiniture.

Per il resto godetevi il panorama, l’ambientazione nella Val Bavona, Locarno e Friborgo. Panorama che è anche editoriale: quel polmone verde della letteratura della Svizzera italiana di cui anche Manuela Mazzi è figlia con il suo Guardie.Ladri E Tracciatori facilmente reperibile anche nelle grandi distribuzioni italiane.

Libro da non perdere!


CHI E’ MANUELA MAZZI

Manuela Mazzi è nata a Locarno (Svizzera) nel 1971. Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con Il Giornale di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Dal 2004 lavora per il settimanale d’approfondimento “Azione”, inoltre produce servizi giornalistici e reportage fotografici come free lance per altre riviste. Al di là della scrittura, due sono le cose che appassionano maggiormente Manuela Mazzi: i viaggi (sacco in spalla) e la fotografia (interesse che si sta trasformando in lavoro). L'avventura e il desiderio di immortalarla sono rispettivamente una condizione e un sentimento che cerca di inseguire e appagare da che la sua memoria riesce a ricordare. Tant'è che ha eletto da tempo, quale filosofia di vita, concetti come la curiosità, il desiderio di conoscenza, la comprensione e la volontà di immortalare il mondo che ci circonda, così com'è. Da qualche anno si occupa di diverse attività, dalla stesura di contributi redazionali ai servizi fotografici. Pur essendo agli esordi nel settore fotografico, può vantare la collaborazione con periodici specializzati nella salvaguardia dei beni architettonici e della natura, ma anche con settimanali e quotidiani, che pubblicano i suoi reportage.


I LIBRI

L’Angelo Apprendista

Un Caffè A Kathmandu

Un Gigolo In Doppiopetto

Guardie,Ladri E Tracciatori : http://www.youtube.com/watch?v=IQACP7TTIKs

 

 L’INTERVISTA

1.Guardie, ladri e tracciatori: una storia a colpi d’avventure, misteri storici e nano tecnologie. Lo indirizzi soprattutto al pubblico adolescente, un po’ come se fosse una teoria di equilibrio dopo Un gigolo in doppiopetto riservato ad un pubblico adulto. Com’è stato scrivere con la consapevolezza di questa messa a fuoco dell’età del tuo giovane pubblico?


Hai detto bene: quando ho iniziato a scrivere questo romanzo sentivo proprio il bisogno di equilibrare gli sforzi fatti per il precedente libro, il reportage narrativo. Non è solo l’età del lettore che mi è servito per bilanciare l’insieme, bensì è anche l’energia che ho voluto iniettare nelle pagine di quest’avventura: dal mondo grigio, perverso, grave, concreto e vizioso de Un gigolo in doppiopetto, ho scelto di esplorare il fascino della natura, della gioia di vivere, della giovinezza, dell’innovazione, in un racconto leggero e spensierato, sebbene non manchino spunti di riflessione anche in questo nuovo romanzo. Quindi, per mettere a fuoco il target di riferimento, e tutto ciò che ne è derivato, non è servita una messa a fuoco, perché è stata la logica conseguenza della mia necessità di immedesimarmi in un mondo che mi rappresenta molto, che dico, in assoluto di più rispetto a quello in cui è ambientata la storia del gigolo.


2. Particolare non trascurabile, malgrado la storia abbia una forma alquanto attuale, si scorge che tu l’ambienti nel 2030. Giochi anche, in un’apparizione – cammeo, con il titolo del tuo primo romanzo L’Angelo Apprendista, scritto nel 2005 che nel tuo ultimo romanzo risulta essere una pubblicazione più che trentennale. Curioso, raccontami di questa forma mentis…

L’hai detto tu stessa: ho giocato… e non hai idea di quanto mi sia divertita a farlo durante tutto il libro. Anche se però la data non è casuale: nel 2030, infatti, - secondo un esperto che intervistai già qualche anno fa (e qui ricado nella mia deformazione professionale, che mi aiuta sempre a trovare nuovi spunti) – sarà scomparso anche l’ultimo ghiacciaio ticinese, che per ora resiste consumandosi poco a poco… E avrà finito di leggere il libro può ben intuire l’importanza di questo evento per la narrazione.


 3. E in quanto a passato, senza svelare nulla sui punti caldi del tuo romanzo, l’avventura dei tuoi giovani protagonisti s’intreccia con la vera Grande Storia. I Lanzichenecchi, il Rinascimento degli Sforza a Milano e le relazioni con il tuo Cantone Ticino. Il sapore storico che connota il tuo romanzo sembra essere alquanto profondo. Quanto c’è voluto per documentarti prima della stesura del tuo romanzo?

Ti svelo un segreto, che è poi la parte che mi ha maggiormente divertita durante la stesura di questo romanzo.
Il libro che avevo in mente di scrivere era tutt’altro. Ma a volte è la storia che sceglie di essere scritta e non lo scrittore a scegliere la storia. L’unica cosa che mi sono preoccupata di determinare prima di iniziare a stendere il libro è stato l’oggetto da far ritrovare ai ragazzi. Qui ho dovuto cercare in diverse direzioni, perché lo volevo proprio di quell’epoca, e doveva essere realmente scomparso… il che non è così evidente. Una volta individuato ho iniziato a scrivere pensando di imbastire la narrazione un po’ nel presente e un po’ nel passato… mentre man mano che proseguivo i miei personaggi decidevano da soli il da farsi. E non ti dico che gioia è stato per me scoprire insieme a loro tutto ciò che è stato poi scoperto. Perché, è vero, è stata intensa la ricerca per documentarmi, ma non l’ho fatta prima, bensì mentre… ogni volta che arrivavo a un punto morto, così come è toccato ai ragazzi, lo stesso ho dovuto fare io… ho cercato le soluzioni più logiche nelle pagine della storia reale… così mi sono ritrovata a sfogliare il libro della biblioteca di Friborgo, oppure quello sulle battaglie varie; ho sondato il mondo criptico dell’araldica; mi sono letta un bel librone storico e diversi altri appunti; sono finita nelle pagine dell’archivio del giornale di Como; e… insomma… è stato affascinante.

4. L’ambientazione storico – geografica nel ticinese, in particolare tra Val Bavona, Locarno e Friborgo è uno dei punti cardine del tuo romanzo. Com’è nata l’idea di marcare la tua terra natale all’interno di questo libro?

A dire la verità fra i tre territori citati, fatta salva Locarno, non c’è molto della mia terra natale, che – come hai ben intuito – ho comunque inserito nel libro. In effetti il paese in cui da piccola ho trascorso tutte le mie estati è Palagnedra, ovvero il paese in cui si trova la capanna del Vecchio Giona; capanna che esiste davvero e che si trova proprio nei pressi di una cascata che ha Tre Salti e dove io da piccina mi avventuravo a balzi e guizzi su per il corso del fiume, così come faccio fare ai protagonisti del libro.

5. A questo punto non può mancare uno sguardo panoramico su vari punti che setacci nel libro con il tuo "giornalismo liofilizzato nella trama" ovvero, lo scioglimento dei ghiacciai come cardine ambientalista ma anche la presenza della comunità cinese sul territorio e l’insegnamento scolastico della storia ridotto a poco meno di una materia opzionale nel sistema scolastico. Volendo sintetizzare un quadro generale?

È proprio così: attualissimo è lo scioglimento dei ghiacciai, mentre è solo un’ipotesi la comunità cinese, insediata in un futuro verosimile sulla base della loro attuale presenza massiccia sul mercato internazionale; mentre che la storia stia poco a poco perdendo colpi è emerso da alcuni sondaggi e studi. Ma non sono gli unici temi che prendono spunto dall’attualità. Ad esempio c’è il bullismo che nel Locarnese ha fatto molto discutere; la mancanza di fiducia nell’autorità; la difficoltà di interazione tra adulti e giovani; e altro ancora…

6. In quanto ad amalgama giornalistica, sullo sfondo appare anche uno scorcio della tua ambientazione nel futuro. Scrivi che la crisi economica porterà a una proliferazione delle armi di distruzione di massa in India e Cina rispettivamente al fianco di Usa e Russia mentre l’ago della bilancia di un mondo senza guerre sarà in mano all’Europa. Lungi da noi fare pronostici profetici, ma dalla posizione particolare in cui sei, in Svizzera, come ti appare il progetto dell’UE? E la Svizzera? Fiera della sua neutralità o nostalgica di una periferia ai bordi di questa comunità?

Assolutamente fiera della sua neutralità e – purtroppo – sempre più consapevole dell’impossibilità di resistere alla pressione di un’Europa, Unita solo da false speranze. Da che mondo è mondo le guerre sono state fatte sin troppo spesso per separare… mi sembra così assurdo veder sgomitare colletti bianchi tanto disuguali tra loro, per unire nazioni tanto diverse, in esigenze, in visioni per il futuro, in cultura, in lingua… Oggi – sempre secondo la mia personalissima visione - abbiamo solo due possibilità: o resistere fino alla fine, intesa come la fine dell’Unione Europea; oppure arrenderci e disintegrare i confini di un territorio unito da settecento anni, a mio parere, solo per separare le nazioni. Che senso avrebbe di esistere una nazione tanto piccola, separata in tre regioni linguistiche, da alte montagne, con culture completamente diverse tra di loro. E che non si pensi che io sia una chiusa di vedute: mi ritengo una “cittadina del mondo”, ma sono contro ogni tipo di globalizzazione, perché amo le diversità. Pensa come sarebbe triste un modo tutto uguale, in cui non ci sia più spazio per dar sfogo allo spirito d’avventura e a quel bisogno di esplorazione che è innato in molti uomini...

7. Ma torniamo più propriamente al tuo romanzo, tra l’altro, il più lungo che hai mai scritto fin ora, al suo interno compare anche il personaggio di un dotto e schivo bibliotecario, il vecchio Giona, un personaggio inventato dallo scrittore Andrea Fazioli e che tu hai poi sviluppato a modo tuo. Cosa ti ha spinto a rivivere questo personaggio fino ad interiorizzarlo nella tua scrittura?

Sembrerà strano ma il Vecchio Giona è nato nella mente di entrambi quasi contemporaneamente. Quando ho scoperto il personaggio di Andrea leggendo il suo primo libro (un paio di anni fa) io stavo, infatti, già scrivendo Guardie, ladri e tracciatori. L’idea di prendere il suo Vecchio Giona è stata quasi obbligata giacché il mio personaggio aveva esattamente le stesse caratteristiche del suo… Per evitare quindi di far apparire il mio schivo bibliotecario, una scopiazzata del suo Vecchio consigliere, ho pensato che i due dovessero combaciare. Un’idea che è piaciuta anche ad Andrea quando gli ho chiesto se gli andava di “prestarmelo”…

8. E di te, come di solito in quello che scrivi, c’è molto anche in Guardie, ladri e tracciatori. Il karate e l’avventura sappiamo già che sono i tuoi fidi compagni di vita e questo senso per la tecnologia e il savoir fair da tracciatrice?

 

Uhm… no, in effetti, la tecnologia non è il mio forte, mentre l’idea del tracciatore, il parkour, il free running mi esalta molto: adoro guardare i loro video, e sono certa che oltre a diventare una karateka, se avessi scoperto prima questo sport, sarei stata anche una tracciatrice… Ora è già difficile cercare di fare la scrittrice ;-)

9. In chiusura, a proposito di web. Sul tuo sito www.manuelamazzi.ch, agli adolescenti è anche dedicato un concorso, ce ne parli?

Certamente: è un premio per… lettori. Non so se ne esistono già, ma se così fosse credo che dovrebbero essercene molti di più. In Italia, e non solo, ci si continua a lamentare che esistono troppi scrittori, e pochissimi lettori. Eppure si continua a organizzare centinaia e centinaia di concorsi letterari per esordienti o aspiranti scrittori o poeti. Mentre non si dedica nessuna attenzione ai lettori, che dovrebbero essere invece i veri protagonisti di un libro. In questo modo ci si ritrova sempre a parlare tra di noi… come fossimo un ristretto cerchio chiuso composto solo da scrittori (o aspiranti tali), critici, giornalisti, giudici, case editrici e… basta, salvo in qualche concorso in cui la giuria è composta dai lettori… tanto per farli lavorare un po’: mentre dovremmo essere noi ad essere al loro servizio. Così io ho deciso di premiare chi legge, e nella fattispecie, chi legge questo mio ultimo libro e poi gli dedica una recensione, mettendo in palio una somma in denaro per i primi tre vincitori.

10. So che sei molto presa dai tuoi futuri progetti letterari ancora tutti in cantiere e top secret. Ma per quanto riguarda il tuo estro consolidato da autrice in autopubblicazione che non si lascia scappare la presenza nelle grandi distribuzioni di siti come Ibs e con questa carta jolly di lettori sia in Italia che in Svizzera italiana cosa puoi dirmi?

Diciamo che – anche se è accaduto per un caso forzato – ho scoperto che l’autopubblicazione è più redditizia rispetto alla pubblicazione con una piccola casa editrice; anche se io riesco a vendere bene in Svizzera, mentre sono davvero pochissime le copie che vengono ordinate dall’Italia. Ciò che, in fondo, ha qualcosa di positivo perché il fatto di non aver penetrato il mercato italiano potrebbe attirare ancora – non si sa mai – l’interesse di qualche editore. Per questo motivo, dopo la pubblicazione de Un gigolo in doppiopetto, ho voluto pubblicare da sola anche Guardie, ladri e tracciatori (inviato comunque alle grandi case editrici come Piemme, Mondadori e Feltrinelli, che se m’avessero fatto una proposta di pubblicazione non c’avrei sputato sopra… eheheh).
Per quanto riguarda invece altri due libri che ho già pronto però non ho intenzione di autopubblicarli, perché pubblicare un libro è comunque molto dispendioso, e non solo da un punto di vista economico. Anzi, la grande fatica è l’intera macchina di promozione che succhia energie ogni giorno. Vorrei quindi occuparmi solo del minimo dispensabile per il prossimo che pubblicherò, così da poter uscire già l’anno prossimo senza dovermi prendere un anno sabbatico come ho fatto l’ultima volta. Quindi ho mandato le copie anche alle case editrici più piccole, tant’è che ho ricevuto proprio recentemente una proposta per la pubblicazione di uno dei due (questa volta si tratterà di un giallo). Mentre per il secondo libro già pronto il discorso è diverso: nella forma in cui si trova ora non oso pubblicarlo in Ticino, perché è un altro reportage narrativo molto dettagliato…

 

 SITO UFFICIALE

www.manuelamazzi.ch

postato da: GroudyBlue alle ore giugno 14, 2009 13:58 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: libri, narrativa, ragazzi, concorsi letterari, reportage, romanzi, avventura, gialli, novitĂ , da scoprire, svizzera italiana
lunedì, 23 luglio 2007

Antonio Menna: Cocaina & Cioccolato - intervista all'Autore


adattamento grafico di Phab Postini
 

intervista a
Antonio Menna
cocaina & cioccolato

 
a cura di Giuseppe Iannozzi
 
  


 
1. Oltre alle mere note biografiche, chi è Antonio Menna, e, soprattutto, perché ha deciso che era venuto il momento di tirare fuori dal cassetto i suoi scritti?
 
Io sono un uomo del sud. Del sud del mondo, intendo, anche in chiave umanistica. Amo i calori, i corpi, il sudore, la mollezza, il cibo, il sonno, le donne. Sono un uomo del sud che, come in tanti, ha immaginato la fuga. A vent’anni sognavo di vivere a Parigi, a venticinque di vivere a Bologna, a trenta non sarei salito più su di Roma. A trentotto so che vivrò tutta la vita a Marano, un afoso paese alle porte di Napoli. Sessantamila abitanti stipati in parchi residenziali supervigilati. Qui mi sento a casa. E a casa mia scrivo. Quello che scrivo lo faccio girare perchè mi piace sporcarlo, voglio condividerlo, scomporlo. Uso molta la posta elettronica. Inondo i miei amici – e le mie amiche – di mail personali, parole, ritmi, musiche. Con i miei lettori “elettronici” ho un rapporto costante di scambio. Molti di questi amici, negli anni, a pezzi e intero, hanno letto cocaina&cioccolato, mi hanno dato suggerimenti, lo hanno limato, spolverato, vissuto. Potrei quasi dire che è un romanzo collettivo. Il libro è uscito dal cassetto perchè con qualche racconto ho vinto un po’ di premi, ho conosciuto un po’ di gente dell’ambiente a cui ho dato da leggere il romanzo e alla fine, giro per giro, è finito tra le mani del mitico Paolo Brunelli di Cicorivolta, che mi ha chiamato entusiasta, dicendo che lo voleva pubblicare. Ho detto sì, dubbioso.


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postato da: kinglear alle ore luglio 23, 2007 08:14 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni, libri, interviste, editoria, narrativa, narrativa italiana, anteprime, romanzi, noir, gialli, novitĂ , esordi letterari, sociolagia del territorio
giovedì, 12 luglio 2007

Giancarlo De Cataldo, "Nelle mani giuste " o il fallimento della fantapolitica


 
Nelle mani giuste - De Cataldo
Giancarlo De Cataldo
“Nelle mani giuste”
o il fallimento della fantapolitica
 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
Copertina roboante, che ci fa credere d’essere in un mare di fiamme, che ci richiama alla mente uno di quei grandi kolossal americani ricchi di esplosioni mozzafiato e null’altro: così si presenta il nuovo romanzo di Giancarlo De Cataldo, famoso soprattutto per un libro piuttosto egregio, “Romanzo criminale”. De Cataldo con “Nelle mani giuste” dà alle stampe quello che dovrebbe essere l’ideale seguito del suo lavoro più riuscito, a livello commerciale: recita la bandella gialla allegata a “Nelle mani giuste”, a caratteri cubitali e neri, “Una storia che comincia dove Romanzo criminale finisce”. Non dice il falso: De Cataldo voleva portare avanti quella storia iniziata nelle 600 pagine del suo romanzo più venduto, sperando forse di ritrovare lo stesso pubblico plaudente di sei anni or sono. Non è andata proprio così: “Nelle mani giuste” è un romanzo che conta la metà delle pagine di “Romanzo criminale”, trecentoquaranta pagine circa, fitte di personaggi e di puntini di sospensione.

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postato da: kinglear alle ore luglio 12, 2007 14:27 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni, narrativa, narrativa italiana, romanzi, noir, gialli
lunedì, 02 aprile 2007

Valter Binaghi: intervista all'Autore de "I tre giorni all'inferno di Enrico Bonetti"


Valter Binaghi - I tre giorni all'inferno...


Intervista
a Valter Binaghi
 I tre giorni all’inferno
di Enrico Bonetti cronista padano


a cura di Giuseppe Iannozzi
 

 
“Nel 2005 ho scoperto di avere un fratello gemello. A rivelarmelo è stata una lettera di Valter Binaghi, uno scrittore che non conoscevo, nato come me nel 1957. Dopo aver letto ‘Lo stato dell’unione’ mi mandava un suo romanzo, dicendo che pensava potesse piacermi.” - Tullio Avoledo
 
“I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano” è l’ultima opera di Valter Binaghi pubblicata da Sironi Editore nella collana Questo e altri mondi.
Valter Binaghi insegna Storia e Filosofia nei licei, è musicista e scrittore. I suoi romanzi sono: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia 1999), Robinia Blues (Flaccovio 2004), La porta degli Innocenti (Flaccovio 2005) e “I tre giorni all’inferno…” (Sironi Editore 2007).
Un romanzo difficile da classificare quello di Binaghi, in quanto rifugge da un po’ tutti i generi pur appartenendo a ognuno di essi. Ne “I tre giorni all’inferno…” c’è dentro fantapolitica e fantareligione, fantascienza ed eugenetica, cronaca nera e cronaca rosa. “I tre giorni all’inferno…” coinvolge diversi campi dello scibile umano, e in alcuni casi li mette in ridicolo e in altri ancora consacra verità e smonta bugie e viceversa. Un romanzo robusto, non solo per le sue 405 pagine [...] 


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postato da: kinglear alle ore aprile 02, 2007 14:18 | link | commenti | commenti
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lunedì, 26 febbraio 2007

Chi muore si rivede (Andrea Fazioli)

Chi muore si rivede

di Andrea Fazioli

 

«Ma perché Meienberg? Perché Marco? Perché la moissanite? Contini aveva l’impressione di trovarsi davanti a un messaggio in codice. Da qualche parte c’era un inganno, come un effetto ottico moltiplicato dalle facce di un diamante».


Spesso, nelle mie brevi recensioni, scrivo che l’autore con maestria è riuscito a catapultarmi tra le sue pagine portandomi attraverso paesi da scoprire. Questa volta è il contrario. È il libro che in un abbraccio conosciuto mi ha avvolto in una storia di quelle che, quando richiudi la copertina, non sai se sta continuando attorno a te oppure se era solo finzione ora sospesa. Il libro di cui parlo, di fatto, è ambientato in Ticino. Non solo: in un paio di capitoli la storia si svolge persino lungo la stessa tratta di ferrovia che percorro abitualmente per recarmi al lavoro, negli stessi vagoni in cui sono solita a leggere libri come quello scritto da Andrea Fazioli, “Chi muori si rivede”. Un giallo che parte lentamente, per poi incalzare sempre di più, in un ritmo che ben si presta alla cronologia degli eventi raccontati. Misteri, intrighi, suspense, colpi di scena, scadenzati da momenti di ritiro meditativo, di pause forzate, di vuoti e attese sospesi, in cui il protagonista si ritrova a vivere quasi come fosse guidato dal caso. Un po’ distratto, quasi imbranato, o solo fatalista, Elia Contini, l’investigatore privato introverso quanto basta, fa quasi tenerezza tanto inesperto, o meglio, privo di guizzi talvolta si mostra al lettore: una sorta di tenente Colombo che più che farci, c’è! Tuttavia ci si affeziona a quell’aria un po’ così.

 

«Nulla ricorda a un uomo la sua mortalità quanto la lunghezza delle serate estive. Come a carnevale una donna fugge tra i colori dopo un ultimo bacio, il sole scivola tra i castagni lasciando sui prati gli ultimi strascichi della sua luce. Contini, nel bosco dietro casa, alzò lo sguardo verso le strisce rossastre di sole. Gli venne in mente il sangue di una ferita… oppure l’impronta di un rossetto».

 

È evidente che, l'amico e collega, Fazioli ha puntato più sulla scenografia e sulle descrizioni ben riuscite dei personaggi. Ciononostante la trama è parecchio intrigante, anche se disseminata di un’ingenua freschezza, sia – come detto – per l’operato del investigatore, sia per il filone sentimentale intessuto nella storia. Caratteristica quest’ultima che permette anche ai più piccoli di avvicinarsi al romanzo.

Unica nota un po’ stonata l’ho incontrata soprattutto all’inizio: a volte viene un po’ troppo sminuito il nostro Piccolo, Periferico, Tranquillo, Rassegnato, Quasi Inesistente cantone che si chiama Ticino… quasi a sottolineare una sorta di umiltà verso le grandi città oggetto di opere più “importanti”: uno spreco di energia che avrei preferito veder investita per far risaltare aspetti più positivi del paese... Ma anche in questo caso – respirando ancora una volta quella freschezza di modestia – si può perdonare l’autore.
Da un punto di vista più “tecnico” la seconda parte appare decisamente migliore della prima. A tal punto che sembra sia passato parecchio tempo (leggesi nel senso della maturazione personale dell’autore) dalle prime 100 pagine a quelle seguenti. In ogni caso ho apprezzo la ricerca… (almeno questa è l’idea che mi sono fatta) sui particolari del mondo dei gioiellieri… mi piacciono i dettagli perché mi fanno interessare e scoprire curiosità che ignoravo.

Mi è piaciuta anche la ricerca nel cambiamento della tecnica di scrittura, sempre per quanto riguarda la seconda parte. Peccato per i capitoli troppo lunghi e quei pochi refusi… Ma ne vale la pena.
Unico vero auspicio per il prossimo romanzo, che sono certa arriverà presto, è che dal punto di vista investigativo il protagonista si svezzi un pochino di più…

 

« - Capisci?

  - Sì.

  - Pensi di riuscirci?

  - Non sarà facile.

  - Hai qualche idea?

  - No. Non mi servono idee. Le idee servono per morire».

 

Titolo:         Chi muore si rivede (2006)

Autore:        Andrea Fazioli

Genere:        Giallo

Attenzione:   Purtroppo non è in vendita in Italia - si trova solo in Svizzera

postato da: mmazzi alle ore febbraio 26, 2007 10:18 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: libri, editoria, narrativa italiana, romanzi, gialli, esordi letterari, la mia opinione su
domenica, 27 agosto 2006

Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"


Aldo Moscatelli, "L'orologio di cenere"

L’orologio di cenere
Aldo Moscatelli

 
 
di Giuseppe Iannozzi
 
 
 
C’è un omicidio? Cioè, c’è veramente un omicidio un colpevole un giallo da risolvere? Le acque sono piuttosto confuse: per certo si sa solo che c’è da spazzare via un po’ tanta cenere per far posto a una verità. Ma spazzare dove, e per cosa poi, per una verità che non si sa neanche se…? E’ l’incertezza a dominare ogni momento, e intanto l’orologio continua a muovere impassibile le lancette, mentre la cenere continua a accumularsi: forse sugli stessi protagonisti di questo noir che, a ogni pagina, rimette in discussione le ipotesi formulate da personaggi e lettori tutti.
Aldo Moscatelli, autore de “L’orologio di cenere”, ci offre un noir, una scrittura che sbaraglia il lettore: tra le pagine di questo romanzo par aleggi una sorta di forza sovrannaturale, che però mai si manifesta se non per accenni quasi impercettibili. Una forza dicevo, quella degli sconfitti che in tante liriche ha descritto mirabilmente Tom Waits: “Well these diamonds on my windshield/ And these tears from heaven/ Well I’m pulling into town on the Intestate/ I got a steel train in the rain/ And the wind bites my cheek through the wing/ And it’s these late nights and this freeway flying/ It always makes me sing […]” *


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postato da: kinglear alle ore agosto 27, 2006 10:14 | link | commenti | commenti
categorie: recensioni, scrivere, editoria, scrittura, narrativa, narrativa italiana, noir, gialli, novitĂ , scrittori emergenti, esordi letterari, proposte di lettura
giovedì, 22 giugno 2006

Manuela Mazzi - Un Caffé A Kathmandu

Con Un Caffè A Kathmandu, Manuela Mazzi sceglie il tragitto inconsueto del romanzo per parlare della problematica degli street children nepalesi: se sullo sfondo c'è la denuncia del degrado in cui versa il Nepal, in primo piano viene fuori l' insolita veste di un appassionante romanzo rosa che a tratti si tinge di giallo tra misteri e spionaggio.
Ecco dunque il modo più scorrevole per arginare l'enfasi stereotipata di un discorso complesso rendendolo vivo nell'interesse non solo degli addetti al settore, ma anche dei curiosi alla ricerca di un romanzo particolare

Se Un Caffè A Kathmandu è un romanzo che diverte, appassiona, di certo la sua autrice, la giornalista e fotografa free lance ticinese Manuela Mazzi, non dimentica nemmeno la funzione di sensibilizzazione sociale del suo romanzo: alla base c'è la sua esperienza autobiografica che l'ha vista protagonista di un viaggio in Nepal intrapreso nel 1998 grazie allo sprono di un suo maestro di karate, Sauro Somigli, attivista e co-fondatore con Silvia Del Conte dell' Associazione Apeiron  : un ente ONLUS con sede legale a Firenze che opera direttamente a Kathmandu prestando aiuto all'integrazione dei bambini di strada autogestendosi e autofinanziandosi grazie ai suoi volontari

Ovviamente, l'idea di questo romanzo non poteva non sposarsi con la beneficenza:il 50% del ricavato delle vendite di Un Caffè A Kathmandu, infatti, andrà a sostenere proprio il progetto Apeiron ONLUS

â–ş
LA TRAMA

La
fotografa svizzera Micky Levante parte alla volta di Kathmandu e del vicino villaggio di Pokhara per documentare la situazione degli street children ma il suo viaggio sarà anche pieno di emozioni personali e colpi di scena.
Cosa succede infatti se una giovane donna come lei, sempre sulla difensiva e disillusa dall'amore a prima vista incontra due compagni di viaggio come Carlos, l'affascinante giornalista tenebroso e taciturno di origini spagnole e il cameraman estroverso e fin troppo burlone Franck?
Tutto prende piste inaspettate: turisti imbevuti di culti new age taroccati, misteri di scambi sospetti e indagini dei servizi segreti… è un grande marasma di eventi e situazioni a sorpresa ma che assolutamente non dimenticano lo sguardo essenziale ma deciso sul Nepal e dei suoi problemi: dai bambini al degrado igienico alla spregiudicatezza truffaldina di occidentali disonesti fino ai consueti
inconvenienti di salute del "mal di monsone".

â–ş IN CONCLUSIONE

La visione caleidoscopica ed estremamente vicina al lettore, fa di Un Caffè A Kathmandu un ottimo spunto per tracciare senza complicati intellettualismi lo scorcio nepalese di uno stato con i suoi grandi problemi ma anche con il suo grande fascino che può anche aprire un nuovo orizzonte nel lettore, che ne dite? Apeiron organizza anche viaggi culturali in Nepal per familiarizzare la cultura di questo paese vivendo a stretto contatto con essa…

Ma se il viaggio vi sembra troppo lungo, Un Caffè A Kathmandu e Manuela Mazzi saranno i vostri compagni di viaggio per un soggiorno immaginario a tu per tu con il Nepal sulla scia di un romanzo che si legge tutto d'un fiato!

â–ş CHI E' MANUELA MAZZI

Manuela Mazzi nasce a Locarno (Svizzera) nel 1971.
È giornalista professionista e fotografa, ha scritto per diverse testate della stampa ticinese e ha collaborato in Italia con Il Giornale come corrispondente dalla Svizzera Italiana.
Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento Azione e produce servizi fotografici in veste di free lance.
Oltre a Un Caffè A Kathmandu, pubblicato nel 2005 con la casa editrice Progetto Cultura 2003 ha pubblicato il racconto new age L'Angelo Apprendista. Un romanzo che in poche settimane ha esaurito due ristampe.

â–ş CONTACTS:

Manuela Mazzi, casella postale 1615
Minusio - Ticino/Svizzera

e-mail: uncaffeakathmandu@tiomail.ch

blog: www.uncaffeakathmandu.splinder.com


manuela mazzi LA MIA INTERVISTA A MAUNUELA MAZZI


1.L'idea del tuo viaggio in Nepal è nata grazie a Sauro Somigli, tuo maestro di karate durante uno stage.

Un Caffè A Katmandu - Edizioni Progetto Cultura 2003 € 12.oo

Quanto tempo ci è voluto per convincerti a intraprendere questo tuo viaggio che hai compiuto nel 1998?

Meno del tempo necessario per formulare un pensiero. Devi infatti sapere che adoro viaggiare. Ho sempre cercato di non perdere le occasioni che mi si presentavano, soprattutto in quel periodo, sulla scia del principio "Carpe diem". Ritengo che ogni opportunità di ampliare le proprie conoscenze vada presa al balzo, ragion di più se alla base, oltre al viaggio in una terra sconosciuta, vi era la possibilità di fare un'esperienza come quella che ho poi avuto modo di vivere. Per non dilungarmi troppo, quindi, posso dirti che l'iniziativa di partire è venuta da me semplicemente ascoltando i racconti di chi vi era già stato, un paio di telefonate, il biglietto dell'aereo dopo le vaccinazioni del caso e… via!

2. Per diffondere ad ampio raggio le vicende della tua esperienza in Nepal hai scelto una strada originale: il tuo romanzo Un Caffè a Kathmandu. Come mai il tuo spirito da scrittrice ha prevalso su quello di giornalista e fotografa?

A dire il vero, l'animo della scrittrice ha, sì, prevalso sullo spirito giornalistico - anche se da un certo punto di vista la necessità di denunciare questa situazione deriva proprio dal "ardente fuoco" che bruciandomi all'interno mi fa fare il lavoro che faccio - ma non su quello della fotografa. La mia idea iniziale, di fatto, era quella di inserire anche i tanti scatti che ho custodito in ricordo, ma i costi non me lo hanno permesso. Ad ogni modo, per rispondere, non avrei mai sentito appagato il desiderio di trattare questa tematica in modo approfondito sintetizzando il tutto in un articoletto, che sarebbe comunque passato inosservato ai più: i giornali una volta letti vengono cestinati, i libri rimangono a ricordarti la storia.

3. In Un Caffè a Kathmandu, che potremo definire un romanzo giallo a sfondo rosa, la protagonista si chiama Micky Levante, anche se si nota chiaramente uno sfondo autobiografico, ma l'approccio che hai avuto con il tuo romanzo è stato del tutto fedele alla realtà del tuo viaggio o hai creato anche delle situazioni immaginarie?

C'è molto, ma non tutto. Ti dirò di più, la mia stessa mamma, dopo aver letto il libro si era convinta che alcune vicende fossero realmente accadute, mentre erano completamente inventate (se pur su una base realistica)… ancora oggi - di tanto in tanto - fa riferimento a qualcuna di queste vicende come se li avessi davvero vissute. Ma c'è comunque molto, anche se forse un po' travisato. Di certo la maggior parte delle descrizioni paesaggistiche, per non dire tutte, così come le tradizioni e la cultura nepalese, ma anche alcuni incontri, la situazione dei bambini, i centri visitati, la tempistica di viaggi e spostamenti, tutti i ragionamenti personali, anche la casa di mio nonno… riproducono la realtà, mentre la storia tra i personaggi è inventata, anche se sulla base di fatti realmente accaduti o verosimili: e sta proprio qui il mix degli ingredienti.

4. La problematica principale del tuo libro è la denuncia della situazione disagiata degli 'street children', i bambini nepalesi che vivono sulle strade, cosa ti è rimasto più impresso della loro condizione?

La consapevolezza di doversi bastare già in così tenera età, a 5, 6 anni; la grinta e la competizione che, ad esempio, i raccoglitori di letame nei campi mostravano difendendo la proprietà dei propri sacchi di iuta; gli occhi corvini sgranati e dilatati di un volto troppo giovane per drogarsi ogni giorno; la paura di vedersi limitata la libertà, a costo di rinunciare al piatto caldo della settimana, alla stessa sopravvivenza; la voglia di vivere e giocare nonostante tutto…

5. Oltre ai bambini di strada accenni anche al pericolo di uomini spregiudicati che si muovono nell'ambito del commercio di donne e della prostituzione. Cosa si può dire al riguardo?

Un libro intero… tanti libri… e non sarà mai abbastanza. Una cosa però è certa: molta colpa è di noi occidentali, soprattutto di quelli che sfruttano il turismo del sesso. Perché non va dimenticato che nella maggior parte dei casi riguardanti il commercio di donne e della prostituzione in questi paesi si trovano coinvolti i BAMBINI, pure i maschietti. In posti come il Nepal, ma ormai non solo, è questo che deve scandalizzare di più… Se è vero che tutto il mondo è paese, e le donne sfruttate ci sono pure dietro l'angolo della strada di casa mia, là si parla di pedofilia, di abusi su minori! Tant'è che in quel periodo venni a sapere, ad esempio, che un inglese "padre adottivo di un figlio a distanza" andò a trovare il suo figlioccio per trascorrere un po' di tempo insieme: il piccino dopo un mesetto di "vacanza" rientrò nel centro che lo ospitava con "cattive abitudini"… purtroppo altri bambini, allo stesso modo, ma di "genitori putativi" diversi non rientrarono mai!
Quello che mi rabbrividisce ancora di più è che oggi, anche da noi - la cronaca lo testimonia - emerge di continuo l'esistenza di questi traffici.

6. La tua missione principale in Nepal è stata quella di fotoreporter, se in un unico scatto dovessi ricordare il tuo viaggio, dove si poserebbe l'obiettivo della tua macchina fotografica?

Mi piace molto questa domanda. Anche se in realtà in Nepal ci andai per aiutare a recuperare i bambini di strada (questo è probabilmente uno dei lapsus derivato dal mix del reale con il romanzato). Partii a tutti gli effetti come karateka e, uno dei miei compiti, a parte l'osservare e vivere l'esperienza di un nuovo mondo, è stato anche quello di radunare i bambini nei campi a Pokhara, dove poi ho impartito qualche lezioncina di karate-giocato. In ogni caso, come ho già detto, la domanda mi piace quindi voglio approfittarne: lo scatto che prediligo ritrae un bambino che si lava il corpo lurido e incrostato da mesi di sporco, con una spumeggiante schiuma di sapone candida come la neve, mentre mi sorride, solo per aggiudicarsi uno scatto fotografico. Questa immagine racchiude la volontà di emergere da quel mondo, di trovare la propria unicità rispetto agli altri, di essere tanto speciale da meritarsi l'attenzione di un obiettivo; ma anche il gesto simbolico di una rigenerazione nell'atto di togliersi di dosso una vita di stenti.

7. Passiamo alle tematiche più leggere del tuo libro. Tu in qualche modo "discrimini" chi s'interessa al Nepal per i falsi miti new age e allo yoga. Che tipo di viaggio consiglieresti a chi vuole conoscere il vero volto di questo paese?

Sia ben chiaro che non sono contro né alla new age (non avrei scritto L'angelo apprendista) né allo yoga e alle discipline orientali più in generale (non praticherei il karate). Tuttavia contro un 20 percento di "buoni propositi" si trova un ingombrante 80 percento di ingannatori che approfittano dei tanti occidentali delusi, senza rotta, in cerca di non sanno che cosa, spiritualmente deboli, psicologicamente labili. Non colpevolizzo tanto i "monasteri turistici", ma piuttosto coloro che si spacciano per guru dalle nostre parti. Come disse anche Marcel Proust "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti, ma nell'avere occhi nuovi". Il mio consiglio, pertanto, non può essere che quello di sintonizzarsi sui… particolari: per guardare dentro noi stessi non serve andare in Oriente.

8. Micky la 'svizzerotta' è una persona spesso sospettosa e critica nei colpi di fulmine amorosi. È un ritratto che rispecchia te stessa?

Oh, sì! Certo. Mi rispecchia molto: e non solo al riguardo dei colpi di fulmine, ma nel rapporto di copia in generale. Anche se da 6 anni ho trovato - almeno spero/credo - l'eccezione...

9. Sei rimasta in contatto con i tuoi "colleghi" e con le persone che hai conosciuto durante la tua avventura in Nepal?

I "colleghi"? In Nepal sono andata con Sauro Somigli, che oggi vive a Kathmandu e ha scritto l'introduzione al libro, e con altri due karateki, di cui però ho perso le tracce. Per un po' sono riuscita a rimanere in contatto con un paio di street children recuperati, ma a un certo punto ci siamo persi, probabilmente per disguidi negli invii postali. Pensa che pure la bozza del libro ho dovuta inviarla due volte: la prima è arrivata due o tre mesi dopo l'invio…

10. Hai intenzione di ripetere la tua esperienza in Nepal o quanto meno di scrivere un altro libro incline allo spirito di solidarietà?

Sì e sì. Se non fosse per il tempo troppo tiranno e la mancanza di soldi (la mia situazione è cambiata parecchio da allora) quest'anno avrei già avuto modo di tornarci: Sauro e Silvia (la presidentessa di Apeiron) mi hanno invitata ben due volte… ma prima o poi ci vorrei proprio tornare. Per quel che riguarda l'idea di scrivere un altro libro "sociale", ebbene non a caso faccio concludere Un caffè a Kathmandu con un inizio… Di fatto vorrei portare a compimento un trittico su tematiche diverse in luoghi diversi.
 
postato da: GroudyBlue alle ore giugno 22, 2006 13:00 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: libri, interviste, diari, narrativa, narrativa italiana, attualitĂ , gialli, solidarietĂ , romanzi rosa
giovedì, 23 marzo 2006

Blue Tango noir metropolitano di Paolo Roversi


In una grigia Milano, zuppa d’acqua per via dei temporali autunnali, il trentenne giornalista Enrico Radeschi, squattrinato freelance e hacker di media bravura, si ritrova invischiato in un bel rompicapo: un sottile fil rouge, la linea 1 della metropolitana, sembra allacciare un killer di prostitute, il suicidio/omicidio di un peruviano finito sotto uno dei convogli della città tentacolare e il tentativo di dare un’identità a un cadavere assassinato ripescato nel fiume Lambro. Nel fondo, dietro i particolari di cronaca che il nostro protagonista segue per un quotidiano milanese e per un sito specializzato, incombono anche l’ombra del terrorismo e di un traffico internazionale di droga. Questo l’intreccio del nuovo romanzo di Paolo Roversi, Blue Tango, noir metropolitano, esordio nel genere del giovane autore milanese, uscito a febbraio per Stampa Alternativa.

Radeschi fa coppia con il vicequestore Loris Sebastiani (figura complementare a Radeschi e co-protagonista del romanzo), donnaiolo impenitente, cultore di delizie enologiche e irriducibile masticatore di toscanelli, giusto per scaricare le tensioni professionali. I due hanno bisogno l’uno dell’altro: Radeschi è a caccia di indiscrezioni per sbarcare il lunario; Sebastiani non esita invece a servirsi del fiuto giornalistico del giovane e delle sue abilità informatiche per risolvere casi complessi. Ma nel loro rapporto c’è qualcosa di più: dietro la bruciante ironia e il reciproco sfottimento c’è una salda e importante amicizia virile. Entrambi i personaggi, in altro contesto, avrebbero corso il serio rischio della stereotipia, ma l’autore rivela mestiere e sensibilità aggiungendo particolari alla caratterizzazione – specialmente per Radeschi – che contribuiscono ad esprimere un ritratto realista e convincente col quale il lettore riesce ad identificarsi empaticamente.

Ci sono alcuni buoni motivi per consigliare la lettura di Blue Tango. La scrittura è piana ed efficace, priva di sbavature e ben ritmata, con il pregio di tener viva la curiosità del lettore di partecipare all’evoluzione dell’indagine poliziesca. Molto azzeccato il capitolo 30, dove Radeschi buca alcuni siti per ricevere informazioni, puntando sulla sua abilità di hacker e sulla sua conoscenza tout court delle debolezze umane. La prosa di Roversi tributa omaggio ai suoi gusti letterari: Bukowski (di cui è appassionato e studioso), ma anche Ellroy, Mc Bain, Highsmith, Carlotto e Lucarelli per fare dei nomi. E’ altrettanto lodevole la scelta di Roversi di non pigiare il tasto degli effetti speciali tipici di certo noir (l'estremo descrittivismo della scena del delitto e delle perizie, il vojeurismo un po' splatter che indugia sui particolari più raccapriccianti degli omicidi) per evitare di perdere di vista la storia, andando dritto al nocciolo nella migliore lezione del giallo italiano d’autore, come nel classico Scerbanenco o nei più recenti Biondillo e Colaprico. Da un iniziale andamento frammentario il puzzle si compone per gradi in un quadro unitario sotto gli occhi del lettore. Sopra tutto però mi sembra che la vera protagonista del romanzo sia Milano, città pulsante di contrasti,  metropoli schizzata al carboncino da uno che la conosce e ne penetra le problematiche abitualmente, percorrendo itinerari poco “turistici” attraverso i suoi quartieri-dormitorio con l’intento di offrire un variopinto campionario di umanità marginale: piccoli criminali, spacciatori, studenti universitari male in arnese, extracomunitari, prostitute e papponi.

Paolo Roversi è nato nel 1975 a Suzzara, nella bassa mantovana. Giornalista pubblicista, vive a Milano, dove lavora nel campo dell'Information Technology. E' autore del pamphlet BUKOWSKI. SCRIVO RACCONTI  POI CI METTO IL SESSO PER VENDERE (Stampa Alternativa, 2005), che è stato un piccolo caso editoriale oltre che una fortunata serie di incontri itineranti  nelle maggiori città italiane, denominati BUKtour, ora anche a Vicenza il 14/04/2006 ore 20.30 per la rassegna Libero Libro [narrativa & dintorni] organizzata da CaRtaCaNta© laboratorio di materiali narrativi in collaborazione con la Circoscrizione n. 6 c/o villa Lattes,  via Thaon di Revel 44, 36100 VI. Nello scorso mese di febbraio è uscito BLUE TANGO Noir Metropolitano (Stampa Alternativa, 2006) che verrà pure presentato nel corso della serata. Il blog, la biografia e la bibliografia completa dell'autore sono disponibili sul suo sito ufficiale http://www.roversiplanet.com; il suo indirizzo mail è paolo.roversi@roversiplanet.com.

 

postato da: cigale alle ore marzo 23, 2006 17:16 | link | commenti | commenti
categorie: noir, gialli
lunedì, 22 agosto 2005

Franco Festa - Delitto Al Corso ( Hanno Ucciso Il Cavaliere)

Salutò Gerardo, che sparì nella notte sulla sua moto e si avviò verso il Corso, con un’ansia improvvisa che non aveva mai avvertito sino ad allora. Decise di tagliare per il Campo Sportivo di Piazza D’Armi,in un soffio superò dei muretti che ingombravano l’uscuita di via Dante e si trovò sl fianco di Palazzo Carulli, al Corso…

 

( Franco Festa, Delitto Al Corso - Hanno Ucciso Il Cavaliere)

▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

 

 Vincitore del premio  Delitto D’Autore 2004, Franco Festa crea un’atmosfera davvero particolare nel suo giallo Delitto Al Corso ( Hanno Ucciso Il Cavaliere).

Un thriller di classe e di annata ambientato in una città di Avellino targata 1955 in cui traspare ogni piccolo particolare. Dipinto quasi come un presepe, sul volto del capoluogo irpino appaiono tutti i minimi scorci cittadini e la magia di un libro che si lascia visitare si compie: quasi una sorta del joyciano Gente Di Dublino che rispolvera i contorni di una piccola città con la sua identità: i suoi palazzi storici. i suoi monumenti e i suoi personaggi.

LEGGI LA RECENSIONE>>

postato da: GroudyBlue alle ore agosto 22, 2005 23:05 | link | commenti | commenti
categorie: libri, narrativa italiana, romanzi, gialli, esordi letterari, descrizioni narrative

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